Il campiello

1993. Seconda edizione

Il 6 febbraio 1993, a due secoli esatti dalla morte di Carlo Goldoni, tre commedie del grande autore veneziano vengono contemporaneamente portate in scena nelle tre diverse sale del Piccolo: Le baruffe chiozzotteArlecchino servitore di due padroni e, appunto, Il campiello. È l’imprescindibile omaggio di Strehler a un“Maestro del teatro e che al Teatro ha dedicato tutto se stesso”, riferimento costante fin dall’Arlecchino del 1947.

In questo nuovo Campiello, che mantiene l’impianto scenico dell’edizione di diciotto anni prima, quattro interpreti provengono dalla prima distribuzione: Edda Valente, Luigi Diberti, Gianni Mantesi ed Elio Veller. In filigrana, rispetto alla messinscena del 1975, s’intensifica la malinconia: la vecchiaia, il tempo che passa, l’aspirazione a una semplicità di sentire che si va perdendo.

Personaggi e interpreti

Gasparina Giulia Lazzarini
Catte Panchiana Rosalina Neri
Lucietta Laura Marinoni
Pasqua Polegana Valentina Fortunato
Gnese Giulia Franzoso
Orsola Edda Valente
Zorzetto Roberto Zibetti
Anzoletto Luigi Diberti
Il Cavaliere Giancarlo Dettori
Fabrizio Gianni Mantesi
Sansuga Elio Veller
Musici Giulio Luciani, Federico Ulivi
Simone Armando Malpede
Facchini Plinio Marsano, Stefano Parazzoli

Scene e costumi di Luciano Damiani
Musiche di Fiorenzo Carpi
Movimenti mimici di Marise Flach

Testo di Carlo Goldoni
Regia di Giorgio Strehler
Ripresa da Carlo Battistoni

Milano, Piccolo Teatro, 6 febbraio 1993

Riprese

1993

Lo spettacolo è ripreso a Palermo, Roma, Parigi, Budapest, Pistoia, Pisa, Perugia, Genova e Bergamo.
In alcune recite il ruolo di Lucietta è interpretato da Nicoletta Maragno; quello di Anzoletto da Leonardo De Colle; quello di Sansuga da Giorgio Bongiovanni.

1994

La tournée iniziata nel 1993, dopo le ultime tappe di Brescia e Piacenza, termina a Milano il 3 febbraio.

Strehler ne parla

Il campiello è un capolavoro

Al mio grande dolore si aggiunge anche questo: di non esservi vicino, come sempre, nel lavoro. Ma, per ora, il “Teatro” mi è impossibile. Mi fa troppo male. Dunque, sarete soli con Carlo [Battistoni, ndr] che guiderà questa impresa e ha tutte le ragioni per farlo. Lui sa tutto del Campiello e quello che non sa o non ricorda glielo dirà il suo cuore e la tenerezza della memoria. Abbiamo amato molto il primo Campiello. È nato come da sé, in attimi di creazione naturali. Sono sicuro che il secondo non sarà meno del primo. Vi ho scelti con amore e fiducia, i vecchi e i nuovi. I vecchi, si fa per dire, del Piccolo Teatro, che è stato una grande cosa nel deserto del teatro italiano, compagni di tante avventure, di tanta storia. I nuovi, che per la prima volta si muovono in questo spazio così misero, così piccolo e che pure ha visto una folla di creature umane inventare il modo di raccontare storie umane agli uomini. È questo – sapete? – il Teatro. Siete una “compagnia all’italiana”, come una volta, quando era un onore essere comici italiani riuniti e in viaggio per l’Italia e il Mondo. Oggi siete l’eccezione. Ma siete. Non dovete fare altro che essere voi stessi, con umiltà e orgoglio. Non dovete fare altro che darvi con abbandono e gioia. Gioia di essere attori: Jouvet diceva che è il più alto compito del mondo. Io non so. Mi pare troppo. Ma forse è così. Gioia di dare la vita a una “cosa” di teatro scritta da un genio che mai fece la parte del genio e che, in fondo, mai nessuno riconobbe come tale, sul serio. Il campiello è un capolavoro. Doveva essere di nuovo vivo proprio in occasione del Bicentenario della morte di Goldoni, a Parigi, in un gelido 6 febbraio del 1793.
Pensate qualche volta anche a questo: in quellasera di ricordo, in questa grigia città non più umana, si apriranno tre sipari in tre teatri, l’uno sull’Arlecchino servitore di due padroni, l’altro sulle Baruffe chiozzotte, l’altro sul vostro Campiello. Manca il quarto spettacolo, con una edizione della Trilogia della villeggiatura. In quella notte, avremmo messo così in scena una “storia” riassunta di G.. Una delle cose somme del teatro in lingua, l’avventura della società borghese che partiva, ritornava o non ritornava. Una grande epopea in minore (apparentemente) del popolo che lavora e poco o niente ha se non la difficile solidarietà e l’amore e, in mezzo, un G. quasi infantile che vuole esserci ma non può. Un perfetto poema dello stesso popolo che senza il grande mare e senza il vento e le stagioni, in un cerchio di case che anch’esso poco o niente ha, nella eco di un carnevale che non gli appartiene, vive anch’esso le sue storie di difficile solidarietà e amore. E anche qui un altro G. che non è G. ma è di un altro mondo, “di un altro paese” persino e che sta lì, perché gli piace, perché preferisce quell’angolo di vita a ogni palazzo, fuori. Anche qui il G. – Conte – Cavaliere napoletano, è respinto, ma almeno ritorna “laggiù” con una creatura che ama e lo ama. Lei pure un po’ “foresta” sempre. «Addio Venezia cara», con quello che segue.
Guardate dal di dentro di voi a queste storie così diverse e così uguali e amate la grandezza di G.. Recitarlo è per ognuno di voi e per gli altri il miglior modo per celebrarlo: col rito del teatro. Laggiù, al Teatro Studio, il carnevale c’è, non come una eco.
Cercate, se potete, di riunirvi la sera del 6 febbraio, voi comici italiani che avete il diritto di chiamarvi tali e di restare insieme, parlandovi e volendovi bene.

Per il resto: so di lasciarvi in mani oneste e capaci. Soprattutto buone. So che voi siete buoni, che avete il cuore limpido. Il talento comincia da qui.

Dunque, il Campiello secondo sarà nella neve e nella dolcezza.
Vedrete che, in fondo, la mia presenza non sarà stata, alla fine, così determinante. Forse mancherà qualcosa qui o là. Forse avrei potuto andare avanti (ecco il punto: andare avanti, da allora!). Certo vi avrei dato bene e calore. Ma, ripeto, alla fine il Campiello sarà, perché un poeta del teatro l’ha voluto così e così l’ha scritto.
La neve: è stato il dramma dei russi, a Mosca. Non sono mai riusciti ad accettare fino in fondo questa Venezia nella neve e con la neve. Hanno amato il Campiello, tanto, ma… E lo sapete che, allora, ho scoperto un fatto incredibile: laggiù non “giocano” mai con la neve. “Le palle di neve” sono una festa per noi mediterranei. Là non è festa. Pure qualcosa ho imparato. Certo Venezia ha conosciuto inverni straordinari, la laguna si è gelata più volte, la neve, nel tempo, c’era. Ho sempre pensato che questa “atemporalità” che viene adoperata per le opere di G. è giusta, da un certo punto di vista (è astratta), ma non giusta dall’altro (toglie vita). Ecco perché ho pensato che a febbraio di quell’anno, di quel giorno, “poteva” essere caduta neve e che tutto si svolgeva d’inverno. Come le Baruffe si svolgevano ai primi d’autunno, tra uno scirocco e l’altro. Ma forse, ecco, occorre “risparmiarsi” sulla neve. Forse, ricordo, ce n’era troppa anche perché l’avevamo scoperta allora come strumento nuovo di teatro e ci piaceva. Forse sul palco ce ne deve essere meno. O già era così? Infatti, la pozza d’acqua non è gelata, proprio no. Forse ci sedevamo troppo per terra, sulla neve? Forse faceva troppo poco freddo per i personaggi? Forse mancava – che so? – qualche scaldino per “le vecchie” che, badate, tanto vecchie non sono. Qui nasce una grande difficoltà, direi la principale per le attrici. In fondo sono povere donne sfiorite, con pochi denti, sorde e altro. Ma… Ma… Devono, ciononostante, essere ancora “vive”. I fidanzati di una non sono forse così inventati quanto si può credere.
Qualcosa sul freddo, sulla neve, più o meno, sulle posizioni a terra dovrebbe essere rivisto. Poca roba: uno scialletto in più, uno scaldino in più, un naso gelato in più… Una nuvola di fiato che esce da una bocca (l’eterna illusione del teatro, che non può farlo, per noi figli del cinema, ma si può fare “finta” – sapete – anche per quello!).

Il Cavaliere: Giancarlo [Dettori, ndr] certo ha la tendenza all’estroso (è intelligente, lui, pieno di fantasia drammaturgica), allo scattante, ma il cavaliere è morbido, infantile, mediterraneo nella dolcezza del lasciarsi andare all’oggi: e poi chissà? Non è in miseria per vizio o per deboscia. Ha giocato, ha perso tutto, ma così… Come De Sica, ecco!… Il nostro caro, vecchio, gran giocatore scomparso… E si incanta a tutto. Si diverte dolcemente, corteggia dolcemente perché si lascia derubare dal popolo che lo guarda come “il rinoceronte” del Longhi, un animale “strano” che parla “strano” e che può servire per una mangiata (la sola dell’anno!). Crudele, un poco, il popolo con lui. Ma giustamente crudele e innocente nella sua crudeltà. Il Cavaliere sembra che lo capisca. È intelligente. Gasparina: Giulia [Lazzarini, ndr] ha tutto, ma proprio tutto per fare una Gasparina stupenda. Una sola cosa non ha: l’età. Ma questo vale altrove. A teatro, sapete cosa ho sentito dire un giorno da Jouvet a un attore che usciva di scena alla prova e, un po’ anziano, recitava la parte di un attor giovane? L’attore: «Com’è andata, Patron?»; Jouvet: «Bene… Bene… Mancava un po’ di giovinezza. Ma anche questa la si impara».
Non avere alcun complesso cinematografico, Giulia! Tu sei più giovane, quando vuoi essere giovane e devi, di noi tutti e di tutte le giovani vere. Con in più la sapienza. Attenta solo al sottotono. La tua finezza è il tuo agguato. Gasparina è viva, delicata sì, ma energicapiena di vogliapiena di curiosità. Non è Čechov, mai.
E potrei andare avanti così. Ma allora? E Luigi [Diberti, ndr]? Il vecchiardo malefico della Piovra uno, due e tre? Quel maledetto trapassa il tempo indenne.
Ah! Dimenticavo: il napoletano. Ci sono due stranieri qui: Gianni [Mantesi, ndr] e Giancarlo [Dettori, ndr]. Sono proprio stranieri per cadenza e modo. Il vecchio napoletano tutto fuoco ed esuberanza. L’altro tutto contemplazione e placido senso che la vita tanto passa e tanto niente conta. Il vecchio è uno studioso con tanti libri. Non lo lasciano studiare. Poi si scopre che è uno che ha vinto una grossa somma al lotto e ha lasciato Napoli per Venezia. Certo per andare lontano in un altro posto e sperare nel secondo colpaccio. Per aumentare le probabilità. Studia, ma studia la Smorfia, la Cabala, il libro dei sogni, il sistema!
Quale genialità di G.! Lo si scopre solo alla fine. Ma l’attore lo sa dal principio. Forse io non sono riuscito a mettere in luce proprio questo.
Il giovane, ma non tanto, parla un napoletano morbido, cadenzato, lento, ma non fiacco. Gli altri non lo capiscono bene. Lui non capisce bene gli altri! Ma vuole imparare. Altro colpo di genio di G.: l’Italia, quella vera.
Che tutto sia vivo, dolce, aspro, lieto e triste. E che ci sia gioia di vivere, contro tutto e tutti. La lezione di questi tre spettacoli è che la vita è una cosa unica, sorprendente e magnifica.
Viviamo tempi molto oscuri in cui, come diceva B.B. [Bertolt Brecht, ndr], cantare gli alberi pare un delitto. Tempi in cui soltanto vivereessereamare è un delitto.
Nel magico cerchio del Teatro, inventiamoci una vita che intorno non c’è. Come una parabola. Come un simbolo di un mondo migliore. Io non sarò con voi. Ma ugualmente ci sono. Qualcosa del meglio di me è alle vostre spalle, forse nei vostri cuori, certo nella memoria. E da lontano – vicino – vi guardo con tutto il mio bene e la mia fiducia. Non sentitevi in colpa “facendo Il campiello” senza di me. Voi non fate G., non fate me, non fate nemmeno Il campielloFate il TEATRO che è più grande di tutti noi e persino di quelli che l’hanno scritto.
Vi abbraccio tutti con il mio vecchio affetto lacerato.

Giorgio

Lettera agli attori del Campiello, dicembre 1992 – Archivio Piccolo Teatro di Milano

Tre capolavori contemporaneamente in scena

Duecento anni fa, nella notte del 6 febbraio 1793, moriva a Parigi, lontano dalla sua Patria, povero e in solitudine, Carlo Goldoni.
Duecento anni sono passati. Duecento commedie sono state scritte da Lui, anche per Voi, pubblico del suo futuro. E per quello di domani.
Le parole dei poeti restano.
Noi, parte della Grande Compagnia del Piccolo Teatro – attori, tecnici, musicisti, 140 donne e uomini della scena – che questa sera, contemporaneamente, in tre teatri, a Milano, rappresentano tre capolavori di Goldoni, vogliamo dedicare la nostra recita del Campiello a chi consideriamo un Maestro del teatro e che al Teatro ha dedicato tutto se stesso.
L’unico modo per celebrare un autore drammatico è quello di rappresentarlo come facciamo noi, oggi.
Non possiamo offrirgli altro che la nostra tenerezza, il nostro amore, la nostra gratitudine. E il nostro rispetto affettuoso di interpreti che hanno il bene di poter parlare della Vita con le sue parole, la sua poesia e la sua umanità.

Giorgio Strehler

Lettera letta da Giulia Lazzarini alla prima rappresentazione del Campiello, 6 febbraio 1993 – Archivio Piccolo Teatro di Milano

Documenti

Luigi Diberti. Anzoletto diciotto anni dopo

Pensavo che [Giorgio Strehler, ndr] mi avesse chiamato per i Mémoires, ma così come ha fatto con Gianni Mantesi, Edda Valente ed Elio Veller mi ripropose la vecchia parte del Campiello […]. Quasi tutti gli attori sono più vecchi dei personaggi, probabilmente questa scelta deriva dal particolare momento che vive Giorgio. Nella ripresa delle Baruffe l’atmosfera è più cupa, qui invece c’era l’intenzione di far recitare in modo più distaccato, più assoluto. Personalmente sto cercando di smussare quelle caratteristiche “incazzose” e giovanilistiche del passato.

Luigi Diberti, intervista di Felice Cappa, “La Notte”, 18 gennaio 1993

Giulia Lazzarini. La neve di Goldoni e quella di Čechov

[Gasparina] forse in fondo si sente inferiore perché nasce da un matrimonio proibito: per questo reagisce volendo distinguersi.
È il genere di personaggio che amo: ingenua, infantile, ma in fondo senza età e che dà la possibilità di un momento di straniamento. Quando sta per andarsene con il Cavaliere, ecco che, improvvisamente, si accorge che il luogo dove è nata le mancherà. Ed ecco quell’emozione, quel momento in cui quasi si fermano i fotogrammi della vita. Sulla neve del campiello bisogna camminare con leggerezza, altrimenti invece di Goldoni tiriamo fuori un Čechov.

Giulia Lazzarini, intervista di Maria Paola Cavallazzi, “l’Unità”, 5 febbraio 1993

È proprio questo il problema, riuscire a far capire quanto sia attuale questo personaggio, perché Gasparina si crea un’immagine: il suo anelito, il suo bisogno di elevarsi e sentirsi diversa dalle altre la fa soffrire. È sempre curiosa, sta alla finestra a vedere cosa fanno gli altri, a mettersi nel gioco degli altri per poi tirarsi prontamente indietro dicendo: «Io non mi do a voi». Appare insomma un personaggio quasi doloroso, ma il suo soffrire non si deve sentire.

Giulia Lazzarini, intervista di Giovanna Gualdi, “Il Quadrivio Rovigo”, aprile 1993

Giancarlo Dettori. Stranieri di ieri e di oggi

Il mio personaggio è quello del Cavaliere, un viaggiatore ante-litteram che arriva nel campiello dalla Venezia settecentesca. Con Strehler ne avevamo discusso e oggi lo abbiamo visto come uno straniero che porta una ventata di nuova conoscenza dentro il mondo chiuso del campiello. Porta una lingua diversa, una cultura e una mentalità diversa: diciamo che potrei essere io, come il marocchino di oggi che arriva a Milano. E questo senso di una collettività che si apre all’incontro con uno straniero è molto vivo nello spettacolo di oggi. E dunque anche la fine della storia , con il cavaliere che sposa la tenera Gasparina, ha acquistato un carattere più solare.

Giancarlo Dettori, intervista di Anna Bandettini, “la Repubblica”, 5 febbraio 1993

Laura Marinoni. Le gambe di Lucietta

Strehler non è, contrariamente a quello che si dice, il regista che fa recitare anche le pietre. Fa recitare soltanto quelli che vogliono recitare e che vogliono mettersi in discussione, in crisi, quelli che contengono dentro di sé, non dico la sua energia, che è notevolissima, ma una buonissima dose di forza personale.
Dovevo fare Lucietta, quindi una ragazzina di diciotto anni; io non avevo mai fatto l’attrice giovine, perché avevo subito iniziato con ruoli di prima attrice suonata, matura, un po’ per il fisico che ho sempre avuto forte, un po’ perché, come temperamento, potevo dimostrare più anni. Per cui avevo iniziato a provare questa Lucietta inconsciamente col complesso di essere troppo grande per fare la diciottenne. La facevo, però alzavo la voce, facevo Cenerentola, mi toglievo degli anni alleggerendo tutto. Arrivò lui e disse: «Marinoni, tu devi recitare con le gambe! Abbassa tutto, buttati sulle gambe, vai su pesante su quella scala!». Improvvisamente, io che avevo cercato di essere tutta leggera, pensando ai miei piedi, ai miei zoccoli, ho trovato quella che era la “popolanità” di Lucietta, quella che era una voce che fra l’altro appartiene più a me, ma che io avevo paura di usare perché volevo fare la ragazzina. Per me è bastato. Sono diventata subito più donna, meno ragazzina. E mi disse: «Tutte quelle spalle che ti ritrovi, tutta quella schiena, usala». Ogni attore, se è intelligente, sa quali sono i suoi punti forti; bisogna avere il coraggio di usare anche i proprio “difetti” in positivo.

Laura Marinoni, in Giancarlo Stampalia, Strehler dirige. Le fasi di un allestimento e l’impulso musicale nel teatro, Venezia, Marsilio, 1997

Laura Marinoni. Il teatro è un grande gioco di squadra

Giorgio Strehler] mi ha fatto scoprire una parte di me che non avevo esplorato. Fu una grande esperienza: recitare in veneziano, coralmente, con attori straordinari, c’erano Dettori e la mia mitica Lazzarini. Il lavoro era sì da solista, ma anche un coro. Ho capito lì che il teatro è un grande gioco di squadra. Il divo non esiste, è un lavoro di grandissimo artigianato. Tutto quello che faceva partiva da prove empiriche, anche molto banali, lui era sempre in disponibilità di gioco, sembrava un bambino di dieci anni. Perché le magie non si fanno con la bacchetta magica, ma con la pratica, come un vasaio che prima di fare un bel vaso ne fa tanti storti.

Laura Marinoni, in Strehler. Il gigante del Piccolo, a cura di Sara Chiappori, Torino, GEDI – Gruppo Editoriale in collaborazione con Mimesis Edizioni, 2021

Rassegna stampa

La miracolosa freschezza del Campiello

Questo Campiello del Bicentenario ha connotati di miracolosa freschezza. Sembra pensata oggi la scenografia di Luciano Damiani: le case non son altro che grandi quinte bianche con rozze scale d’accesso, il fondoscena che è occupato da un gran telone con una sola finestra al centro, la parete della locanda, che più tardi si abbasserà per mostrare la cena imbandita dal Cavaliere, le finestre che sono simili ai boccascena dei teatrini di marionette, il pavimento coperto di neve con la grossa pozzanghera che fa da frontiera fra la zona delle case e quella della locanda. E stupendamente viva, armonica e concertata alla perfezione, è la compagine degli attori che risuscitano l’incanto di diciotto anni fa.

Renzo Tian, “Il Messaggero”, 8 febbraio 1993

Mistero, tenerezza e magia

La messa in scena di Strehler (che, attraverso la mano fedele di Carlo Battistoni, riprende quella del 1975) suona dunque le corde del mistero, della tenerezza, della magia. Magica è l’invenzione della neve che ricopre la piazzetta, avvolgendo tutto in un’atmosfera onirica e rarefatta, in cui non appaiono però meno reali le piccole vicende del popolo minuto veneziano. È fatta di carne e di sangue quella gente che a colpi di slogan difende, contro l’intrusione di estranei, il proprio diritto sul campiello, povero salotto nel quale si recitano gli eventi più importanti di una vita avara di gioie e di ricchezze. E nel campiello, verso sera, si consuma, misterioso nella sua arcaica semplicità, il rito del matrimonio fra Lucietta e Anzoletto. Questo campiello ideato da Luciano Damiani nei toni acquatici, più che acquerellati, del grigio, del cilestrino, del pallido verde, sconfina nei tetti e nei comignoli che si tuffano dentro l’azzurro tenero di un cielo invernale, forse presago di imminenti primavere, tra sbuffi di nuvole candide. E il cielo si prolunga dal palcoscenico sopra le teste degli spettatori, insieme all’azione della commedia che si sviluppa fino in platea. La scena è fissa, tranne che per lo squarcio spettacolare, cupamente dorato, dell’interno della locanda, frammento pittorico capace di coagulare ricordi caravaggeschi con la nuova, fremente luminosità veneziana di un Francesco Guardi. Amabili e dolenti le note di Fiorenzo Carpi percorrono il quadro di malinconica allegria, di nostalgico rimpianto. Ma per chi, per che cosa? Forse per questa vita tragica, meravigliosa e sciocca che se ne va senza che riusciamo ad afferrarla, a coglierne il senso, e che ci lascia muti, attoniti sotto la neve che scende, nel nostro piccolo mondo chiuso, nel nostro campiello privato.

Sabrina Faller, “Nuova Libera Stampa”, 9 febbraio 1993

Una compagnia di attori dalla testa ai piedi

Qual è il colore del Campiello? Beige, ocra, grigi, seppia, le stoffe si fondono con i teli bianchi della scenografia, come variazioni sulla neve. Anche il carnevale non aggiunge delle tinte accese. Le maschere sono nere e il vino è scuro. […]
Nella messa in scena di Strehler, il campiello è attraversato da un rigagnolo, un filo d’acqua nella neve. In questo rigagnolo, gli abitanti della piazzetta si lavano o bevono, ma anche, supponiamo, fanno i loro bisogni e vomitano il banchetto troppo avvinazzato offerto dal Cavaliere. Ci cadono, lo guadano, lo scavalcano senza pensarci. Fino a quando, nell’ultima scena, Gasparina annuncia che lascerà quel luogo e Venezia. Improvvisamente il ruscello sembra ingrossarsi. Ecco Gasparina che esita, non osa, ha paura di bagnarsi i piedi. E quando alla fine scende dal palco col Cavaliere e passa al centro della sala, è come se non avesse finito di attraversarlo.
Si può preferire Arlecchino servitore di due padroni, pura illustrazione di un genere (la farsa) dai codici più accessibili. Ma, così come non si può dimenticare Soleri-Arlecchino che prende al volo i piatti delle cene dei suoi padroni, non si riesce a scordare Giulia Lazzarini-Gasparina che esita davanti al rigagnolo, o che scivola gradino dopo gradino sulla sua scala di legno mentre il Cavaliere le fa la corte e lei gli risponde a bocca aperta, cinguettando con la sua voce troppo acuta. Fuori dal tempo, fuori misura, il piacere di quegli istanti è di quelli che si conservano per sempre. Ma il talento della compagnia del Piccolo non si ferma certo a un solo nome. Ah, quelle belle vecchie! Ah, quel mirabile Cavaliere! Tutti, dietro, davanti, in scena o tra le quinte, dalla punta dei capelli a quella delle dita, attori ancora e sempre.

René Solis, “Libération”, 12 luglio 1993

Godendosi la vita nel Campiello

È qui che la magia del teatro – e il talento di Strehler – intervengono: questo spettacolo è in dialetto veneziano del XVIII secolo; non si capisce nulla dei dialoghi, eppure non sfugge nulla dei sentimenti, dei dispiaceri e delle gioie del popolo minuto di Venezia. Gli attori sono notevoli. Si resta sospesi, meravigliati da questa freschezza, da questo divertimento e da questa voglia insaziabile di giocare. La vita, come solo gli italiani sanno godersela.

Agnès Dalbard, “Le Parisien”, 13 luglio 1993

La paura della solitudine al centro del Campiello

Non è un caso se la scena di Luciano Damiani è innevata, un’invenzione voluta per dare concretezza al freddo e per dare il senso di un inverno vitale; e nemmeno se al centro c’è una pozzanghera, usata per offendersi spruzzando l’acqua sporca, per creare un ostacolo al cammino ma anche per simboleggiare il fosso immaginario che salta chi cambia vita.
Nella versione del ‘75, all’inizio del primo atto, quando è ancora mattino presto, la pozza era gelata. Zorzetto ci scivolava sopra per gioco. Ora non più, è stagno coperto di neve. A diciotto anni di distanza Strehler sceglie un’interpretazione meno dura, dà un tono più malinconico, aggiunge dolcezza, accentua temi diversi: la vecchiaia, lo scorrere del tempo e la morte.
La divisione tra le persone che appartengono al campiello e gli stranieri che se ne vanno o ne vengono espulsi, cede il passo alla distinzione tra giovani e vecchi. La chiave di lettura diventa la paura della solitudine. Tutti i personaggi cercano il divertimento, ma le madri frenano la vitalità con un’amarezza consapevole, la nostalgia per la giovinezza che non torna e che vedono specchiata nei figli. Non per questo si rassegnano alla vecchiaia, anzi, la combattono rivendicando un erotismo ancora vigile, cercando marito e buttandosi nelle danze. Oppure la censurano per non inquinare la gioia e le illusioni di chi ha ancora tutto da vivere.

Eliana Quattrini, “Corriere Mercantile”, 9 dicembre 1993

Una stella filante per firma

Torna a cadere la neve sul Campiello di Strehler. E le note bianco-cenere di questo incantevole carnevale veneziano, leggere come coriandoli, si confondono con gli applausi del pubblico. La più “classica” delle commedie goldoniane messa in scena dalla più famosa compagnia di prosa italiana, quella del Piccolo di Milano, rodata da lunghe repliche alla dolce cadenza della lingua veneta. […]
Anche per questa storia Strehler adatta a Goldoni la via del grande realismo, magicamente poetico, come nella mirabile e lontana Trilogia della villeggiatura o nelle Baruffe chiozzotte. Di qui l’attenzione per gli scoppi irrefrenabili delle risse o delle gioie collettive, per i momenti struggenti di tenerezza e di improvvise malinconie, per il grumo di emozioni che si scioglie nel finale. In Goldoni la commedia termina con la lieta pregustazione dell’allegra furia del carnevale; in Strehler con la tristezza un po’ crepuscolare del distacco da Venezia. Una delle ragazze, Gasparina, va sposa al forestiero e dice addio alla Laguna; le altre, e gli altri, resteranno probabilmente ad azzuffarsi nella neve e nelle altane.
C’è una fune tesa a mezz’aria da un estremo all’altro della scena: potrebbe essere una di quelle citazioni (brechtiane) care a Strehler, come dovesse servire d’improvviso a far scorrere un tipico siparietto di Brecht. Serve invece a reggere da una parte ciò che resta di una stella filante, malinconica nota di colore nell’omogeneo grigiore del campiello, messa lì con discrezione (quasi la firma del regista) a ricordare a chi ci fa caso che a Venezia c’è il carnevale. […]
In questo Campiello, tra comicità e tenerezza, si ha l’impressione che aleggi anche una sorta di nostalgia. Che non è solo la nostalgia di Gasparina che lascia Venezia, ma anche quella di una maniera di fare teatro che si va sempre più allontanando e a cui Strehler ha voluto rendere un indimenticabile omaggio.

Umberto Fava, “Libertà”, 28 gennaio 1994

Questo sito utilizza sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per il funzionamento della piattaforma e per le statistiche. Può conoscere i dettagli consultando la nostra Privacy Policy.