Arlecchino servitore di due padroni

2003. Undicesima edizione

2003. Undicesima edizione, detta “dell’Ermitage”

Dopo tanti anni in cui ho interpretato Arlecchino, e dopo che Strehler ce lo ha lasciato, mi è sembrato naturale riprenderne io la regia: ho portato qualcosina un po’ da tutte le edizioni passate. Dettagli, più che altro, oltre a una nuova scena di Ezio Frigerio, ma diciamo che questa potrebbe essere una nuova edizione e chiamarsi l’Arlecchino dell’Ermitage.

– Ferruccio Soleri

Personaggi e interpreti

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Sara Zoia
Il Dottor Lombardi Paolo Calabresi
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Luca Criscuoli
Un facchino Michele Radice
Camerieri Annamaria Rossano, Fabio Manno, Stefano Guizzi
Il suggeritore Alighiero Scala
Suonatori Gianni Bobbio, Franco Emaldi, Paolo Mattei, Francesco Mazzoleni, Ivo Meletti

Scene di Ezio Frigerio
Costumi di Franca Squarciapino
Luci di Gerardo Modica
Musiche di Fiorenzo Carpi
Movimenti mimici di Marise Flach

Testo di Carlo Goldoni

Regia di Giorgio Strehler
messa in scena da Ferruccio Soleri
con la collaborazione di Stefano de Luca

San Pietroburgo, Teatrino dell’Ermitage, 3 ottobre 2003

Dopo il debutto a San Pietroburgo, il nuovo Arlecchino inizia una tournée destinata a concludersi nell’aprile 2004. Tra le tappe, Budapest, Como, Charleroi, Bruxelles, Liegi e Parigi.

In alcune recite, il ruolo di Brighella è interpretato da Luca Criscuoli; quello del Cameriere da Stefano Guizzi, in alternanza con Michele Radice.

Riprese

2004-05

Continua la tournée iniziata nell’autunno 2003. Tra le tappe, Il Cairo, Faenza, Milano, Biella, Piacenza, Chieti, Latina, Firenze, Bologna e Roma.

In novembre, Arlecchino riprende il suo viaggio da Torino, per giungere, dopo alcune fermate a Lucca, Asti, Ludwigshafen e Lussemburgo, a Milano, con la seguente distribuzione:

Pantalone Ettore Conti / Giorgio Bongiovanni / Paolo Calabresi
Clarice Sara Zoia
Il Dottor Lombardi Paolo Calabresi / Stefano de Luca / Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Stefano Guizzi / Sergio Leone
Brighella Enrico Bonavera / Luca Criscuoli
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri / Enrico Bonavera
Un cameriere Francesco Cordella / Luca Criscuoli
Un facchino Stefano Guizzi / Michele Radice
Camerieri Francesco Cordella, Stefano Guizzi, Michele Radice, Annamaria Rossano
Il suggeritore Alighiero Scala

Milano, Piccolo Teatro Grassi, 28 novembre 2004

Nel 2005 lo spettacolo ricomincia la tournée da Vercelli, per toccare, tra le tante città, Salerno, Avellino, Campobasso, Monza, Algeri, Fiume, New York, Colorado Springs, Los Angeles, Berkeley, Ann Arbor, Minneapolis e Chicago.

In alcune recite, il ruolo del Dottor Lombardi è interpretato da Paolo Calabresi; quello di Beatrice da Pia Lanciotti; quello del Cameriere da Stefano Guizzi.

2006-07

Dopo aver toccato, tra le tante città, Novara, Roma, Savona, Siena, Terni, Pechino, Istanbul e Valencia, Arlecchino torna in Cina, con la seguente distribuzione:

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Sara Zoia
Il Dottor Lombardi Paolo Calabresi
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Cordella
Camerieri Luca Criscuoli, Stefano Guizzi, Annamaria Rossano
Il suggeritore Leonardo De Colle

Tianjin, Chinese Theatre, 15 ottobre 2006

Lo spettacolo è replicato a Suzhou, Nigbo, Shanghai e Berlino.

Nel 2007 la tournée ricomincia da Catania, per poi toccare, tra le tante città, Bergamo, Cagliari, Nuoro, Teramo, Pordenone, Venezia, Trieste, Aosta, Milano e Kaliningrad. Il 25 settembre, in occasione del decimo anniversario della scomparsa di Giorgio Strehler e del sessantesimo anniversario della fondazione del Piccolo Teatro, Arlecchino è sul palcoscenico del Teatro alla Scala di Milano; da qui, attraverso tappe a San Pietroburgo, Hong Kong, Lugano, lo spettacolo ritorna nella sala di via Rovello che l’ha visto nascere.

In alcune recite, il ruolo di Pantalone è interpretato da Paolo Calabresi; quello di Beatrice da Annamaria Rossano; quello di Florindo Aretusi da Leonardo De Colle; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quello di Brighella da Luca Criscuoli, in alternanza con Stefano Guizzi.

2008-09

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Cordella
Camerieri Giorgio Sangati, Giulia Valenti
Il suggeritore Stefano Guizzi

Quillota, Teatro Municipal, 20 gennaio 2008

Lo spettacolo è replicato a Santiago del Cile, Pechino, Rimini, Mosca, Catanzaro, Messina, Treviso, Vicenza, Modena, Montreal, Ancona, Quito, Mosca e Udine.

Nel 2009 la tournée prende avvio dal Piccolo Teatro Studio di Milano, per arrivare ad Adana, Brindisi, Alessandria, Tokyo, Auckland, Perpignan, Benevento e Minsk.

In alcune recite, il ruolo di Clarice è interpretato da Giulia Valenti; quello di Beatrice da Annamaria Rossano; quello di Florindo Aretusi da Leonardo De Colle, in alternanza con Stefano Guizzi; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quello di Brighella da Stefano Guizzi; quelli dei Camerieri da Matteo Romoli e Camilla Semino Favro; quello del Suggeritore da Giorgio Sangati.

2010-11

Ferruccio Soleri, grazie alle 2.065 recite in cui ha indossato la maschera di Arlecchino, entra nel Guinnes World Records: nessun altro attore ha mai interpretato così tante volte lo stesso personaggio.

Per l’occasione, dopo una tappa a Venezia, lo spettacolo ritorna in via Rovello, con la seguente distribuzione:

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Stefano Guizzi
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Cordella
Camerieri Francesco Guidi, Camilla Semino Favro
Il suggeritore Giorgio Sangati

Milano, Piccolo Teatro Grassi, 10 febbraio 2010

Prima di essere nuovamente in scena a Milano, in ottobre, lo spettacolo è in tournée. Tra le tappe Shanghai e Tbilisi.

Nel 2011, dopo una tournée in Russia, tra Siberia, Ekaterinburg, Kazan’, Mosca, Arlecchino torna in patria e va in scena a Genova, Milano, Matera e Pisa.

In alcune recite il ruolo di Clarice è interpretato da Camilla Semino Favro; quello di Beatrice da Annamaria Rossano, in alternanza con Pia Lanciotti; quello di Florindo da Leonardo De Colle; quello di Brighella da Francesco Cordella, in alternanza con Enrico Bonavera; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quello del Cameriere da Stefano de Luca, in alternanza con Giorgio Sangati e Francesco Maria Cordella; quello dei Camerieri da Katia Mirabella ed Eugenio Olivieri; quello del Suggeritore da Stefano Guizzi.

2012-13

Dopo una ripresa, per celebrare il Carnevale Ambrosiano, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, Arlecchino è di nuovo in tournée. Tra le tappe Varese, Milano, Roma e Buenos Aires, dove va in scena con la seguente distribuzione:

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Pia Lanciotti
Florindo Aretusi Leonardo De Colle
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Cordella
Camerieri Fabrizio Martorelli, Katia Mirabella
Il suggeritore Stefano Guizzi

Buenos Aires, Teatro San Martín, 20 dicembre 2012

Nel 2013 lo spettacolo è replicato a Reggio Emilia e Milano.

In alcune recite il ruolo di Beatrice è interpretato da Giorgia Senesi; quello di Brighella da Stefano Guizzi; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quello del Suggeritore da Fabrizio Martorelli, in alternanza con Giorgio Sangati.

2014-15

Dopo due tappe a Rovereto e Como nel 2014, l’anno successivo lo spettacolo è a Milano con la seguente distribuzione:

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Giulia Valenti
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Annamaria Rossano
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Maria Cordella
Camerieri Fabrizio Martorelli, Davide Gasparro
Il suggeritore Stefano Guizzi

Milano, Piccolo Teatro Studio Melato, 6 maggio 2015

In alcune recite il ruolo di Brighella è interpretato da Stefano Guizzi; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quello del Suggeritore da Leonardo Cipriani.

2016-17

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Giorgia Senesi
Florindo Aretusi Leonardo De Colle
Brighella Enrico Bonavera
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Un cameriere Francesco Maria Cordella
Camerieri Fabrizio Martorelli, Katia Mirabella
Il suggeritore Stefano Guizzi

Milano, Piccolo Teatro Grassi, 3 maggio 2016

Lo spettacolo è ripreso a Lugano, Montpellier e Hradec Králové. Nel 2017 è invece a La Spezia e di nuovo a Milano dove, per celebrare i settant’anni del Piccolo Teatro, va in scena nella sala di via Rovello e all’Anfiteatro Martesana.

In alcune recite il ruolo di Beatrice è interpretato da Pia Lanciotti; quello di Florindo Aretusi da Sergio Leone; quello di Brighella da Stefano Guizzi; quello di Arlecchino da Enrico Bonavera; quelli dei Camerieri da Davide Gasparro e Lucia Marinsalta; quello del Suggeritore da Fabrizio Martorelli.

2018-19

Il 13 maggio 2018, con una rappresentazione speciale al Piccolo Teatro Grassi in cui Ferruccio Soleri ed Enrico Bonavera recitano lo stesso ruolo, Soleri saluta definitivamente la maschera di Arlecchino che l’ha accompagnato per 2.283 recite. Questa la distribuzione:

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Pia Lanciotti
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Stefano Guizzi
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Ferruccio Soleri / Enrico Bonavera
Un cameriere Fabrizio Martorelli
Camerieri Ugo Fiore, Davide Gasparro, Lucia Marinsalta
Il suggeritore Davide Gasparro

Milano, Piccolo Teatro Grassi, 13 maggio 2018

Lo spettacolo è quindi in tournée a Roma, Astana, Madrid e Algeri, prima di arrivare, nel 2019, a Novara e Milano.

Il ruolo di Arlecchino è interpretato da Enrico Bonavera. In alcune recite il ruolo di Beatrice è interpretato da Giorgia Senesi; quello del Cameriere da Francesco Maria Cordella; quello del Suggeritore da Fabrizio Martorelli.

2021

Pantalone Giorgio Bongiovanni
Clarice Annamaria Rossano
Il Dottor Lombardi Tommaso Minniti
Silvio Stefano Onofri
Beatrice Pia Linciotti
Florindo Aretusi Sergio Leone
Brighella Luca Criscuoli
Smeraldina Alessandra Gigli
Arlecchino Enrico Bonavera
Un cameriere Francesco Maria Cordella
Un facchino Francesco Maria Cordella
Camerieri Lucia Marinsalta, Walter Rizzuto
Il suggeritore Fabrizio Martorelli
Suonatori Gianni Bobbio, Leonardo Cipriani, Matteo Fagiani, Francesco Mazzoleni, Celio Regoli

La titolarità delle luci, da questa stagione, è attribuita a Claudio De Pace.

Milano, Piccolo Teatro Grassi, 12 ottobre 2021

Documenti

Ezio Frigerio. Arlecchino è mutato con noi

È sbagliato parlare di novità. Non volevamo uno spettacolo “nuovo”, ma piuttosto che si adeguasse al passare del tempo. Quando ho incontrato Arlecchino, avevo poco più di vent’anni e Strehler ne aveva dieci più di me. Eravamo giovani e pieni di voglia di vivere. Già negli anni Settanta si percepiva un velo di malinconia. L’Arlecchino, come altri allestimenti goldoniani di Strehler, è mutato con noi.

Ho pensato che avrei fatto un buon servizio, restituendo allo spettacolo quella veste gioiosa e italica che è poi l’originale, quell’atmosfera unica che tutti noi abbiamo vissuto e amato. Gli anni passano, nulla resta immutabile ma non abbiamo tradito Strehler.

Ezio Frigerio, intervista di Sara Cerrato, “La Provincia di Como”, 21 novembre 2003

Quattro interventi di Ferruccio Soleri

La mimica facciale… del corpo

All’inizio fu terribile. Strehler, che era un grande maestro, molto esigente, diceva: “Ferruccio. In questo punto lui è contento, ma così non si vede”. Non potevo usare il volto e fui costretto a trasferire la mimica facciale al corpo. Da lì nacquero le acrobazie, la vitalità straripante, i giochi di improvvisazione che mi hanno permesso di affrontare più di duemila repliche, nonostante il personaggio non abbia un grande spessore psicologico.

Ferruccio Soleri, intervista di Sara Cerrato, “La Provincia di Como”, 4 novembre 2011

Il mio erede

Ho già un sostituto, Enrico Bonavera, che diventa Arlecchino quando c’è doppio spettacolo, perché io non me la sento di farne due al giorno. L’erede sarà lui.

(Ferruccio Soleri, intervista di Claudia Cannella, “Corriere della Sera”, 25 gennaio 2004)

Il miracolo di Strehler

Tutto il merito del successo di Arlecchino sta nella straordinaria messa in scena che ne fece Strehler. Riuscì a fare qualcosa di rivoluzionario riportando sulla scena, dopo ben due secoli, la tradizione della Commedia dell’Arte. Sembrava sepolta e invece lui, dal 1947, seppe rimetterla in piedi e farla recitare. Un miracolo.

Ferruccio Soleri, intervista di Paola Gabrielli, “il Resto del Carlino”, 22 marzo 2004

La “semplificazione” nata da una profonda conoscenza

[Strehler] aveva sempre ragione, ma non perché volesse averla vinta, ma proprio perché vedeva le cose sceniche in maniera migliore di noi: non c’era nulla da fare. Quando ponevamo un dubbio e gli si chiedeva: “Non è meglio fare così?”, lui iniziava a spiegarci le cose, come si doveva fare o cambiare una scena, e ci mostrava che aveva ragione lui. Lo faceva senza sforzo, e senza assumere un potere, con quella semplicità che poi raggiungeva nell’arte della scena. La sua “semplificazione” veniva da una profonda conoscenza, da una carica umana e culturale straordinarie, e da una capacità analitica e sintetica fuori dal comune.

Ferruccio Soleri, intervista di Carlo Rosati, “Il Tempo”, 27 marzo 2004

Maria Grazia Gregori. Arlecchino e il Piccolo Teatro

Può uno spettacolo trasformarsi nella bandiera di sessant’anni di vita di un teatro? Sì, se si tratta del sempreverde Arlecchino, del magnifico Arlecchino, dell’umanissimo Arlecchino che porta l’impronta irripetibile di Giorgio Strehler, che è stato di Marcello Moretti e che è ancora di Ferruccio Soleri. Ma non guardiamo a questo spettacolo come a un reperto da museo, frigido e imbalsamato nella sua lontana perfezione. Anzi, quello che sta alla base della fortuna incredibile del Servitore di due padroni (che è poi il suo vero titolo) e che lo rende praticamente comprensibile a tutte le latitudini e agli spettatori di diverse civiltà, è proprio la sua inarrestabile, inguaribile vitalità. Facile, direte voi: forse che non si tratta di un testo attraverso il quale Goldoni chiude i conti con la tradizione della Commedia dell’Arte e si avvia alla fortunatissima epoca del teatro del personaggio? Tutto vero. Ma perché allora la stessa sorte non è toccata a uno dei tanti, grandi spettacoli shakespeariani messi in scena da Strehler?

Il segreto di Arlecchino

Il segreto della fortuna mondiale di Arlecchino, della sua capacità, che oggi definiremmo mediatica, di catturare spettatori di qualsiasi generazione e cultura sta forse nel “segreto” di Carlo Goldoni scrittore di teatro: saper concentrare la genialità drammaturgica pescando i suoi soggetti nei libri della Vita e del Teatro. Vita e sua rappresentazione, dunque, all’interno del cerchio magico del palcoscenico, specchio del mondo nel quale intere generazioni di attori e di spettatori si sono riconosciuti. L’altro motivo sta nella capacità del suo regista creatore, Strehler, di saper reinventare e reinventarsi, ogni volta, questa storia di intrighi e di maschere, di fame e di difficoltà dei sentimenti. Soprattutto, sta nella capacità del regista di trovare ogni volta gli interpreti giusti, di cogliere lo spirito del tempo, proponendo ed esplicitando in questo spettacolo la sua caratteristica di lavoro in divenire, di considerare Goldoni come un autore “strategico” nella produzione del Piccolo Teatro, restituendo agli spettatori l’apparente facilità del trasformare il Mondo in Teatro. Sembra facile, ma non lo è. Certo non è un caso che, a partire dal 1947 fino al 14 maggio del 1997, in occasione del Cinquantenario del Piccolo Teatro, sia stato proprio Arlecchino a restare accanto a Strehler, croce e delizia della sua vita di regista, spettacolo amato-odiato. E che sia stato proprio Arlecchino l’ultimo spettacolo “finito” che ci ha lasciato, prima della sua scomparsa, malgrado la febbrile ansia creativa che lo ha portato, nel giro di tredici giorni, a concretizzare le grandi linee della messinscena di Così fan tutte di Mozart. Prima fra tutte le sue grandi regie goldoniane, dunque, Arlecchino ritorna nella vita del Piccolo, e in quella di Strehler, a intervalli quasi regolari, con ben dieci edizioni, nei momenti nodali della storia del primo Stabile d’Italia.

Un filo rosso

Uno spettacolo che riveste i caratteri dell’eccezionalità, un filo rosso che attraversa cinquant’anni tumultuosi nella vita del teatro italiano. Un vero e proprio “romanzo”, che segnala i giri di boa nella storia del Piccolo, ma anche quelli all’interno della vicenda umana e artistica di Strehler. Dieci edizioni, dove i volti e le voci degli interpreti si confondono: Moretti, Soleri, Maestri, Zareschi, Asti, Pepe, Tedeschi, Mauri, Parenti, Carraro, De Lullo, Graziosi, Rissone, Cortese, Jonasson, Lazzarini, Dettori, Minelli, Bonati… fino ai giovani attori che lo hanno interpretato per la prima volta nel 1990, parte dei quali, ancora oggi, in questa che chiameremo la sua undicesima edizione, la prima senza Strehler, continuano e recitarlo accanto a Ferruccio Soleri e, fino al 2000, accanto a Gianfranco Mauri. Indimenticabile la sera del marzo 1998, a pochi mesi dalla scomparsa di Strehler, al Théâtre de l’Odéon di Parigi, con il pubblico francese in piedi nella standing ovation, durata per quindici minuti, ai vecchi e ai giovani interpreti, alla freschezza dello spettacolo e alla memoria del suo creatore.

Riappropriarsi della Commedia dell’Arte

In un cartellone come quello del 1947 – che getta le basi delle future scelte del Piccolo e che è una vera e propria dichiarazione d’identità per le coraggiose scelte drammaturgiche dei giovani Grassi e Strehler – Arlecchino significa la riappropriazione di un passato segnato dalla storia della Commedia dell’Arte.

Ma è anche l’incursione inaspettata, sul palcoscenico, dell’assurdo nella sua forma più piana ed assoluta, che non spaventa: è il recupero della teatralità pura delle origini. La tradizione, non quella smarrita del “grande attore”, ormai tramontato, bensì quella perduta, fantastica, sulla quale aveva già cominciato a interrogarsi la grande regia europea, a partire da Max Reinhardt. La riscoperta di una tradizione di cui si è allontanata la memoria significa, dunque, proprio negli anni in cui la regia sta prendendo piede in Italia, un libro tutto da inventare e da scrivere, con un linguaggio nuovo, nato non solo dalle parole, ma dai corpi e dai gesti degli attori. In quel lontano 1947, Strehler ricerca le tracce delle tecniche smarrite dei comici italiani, il modo di punteggiare e di sincronizzare l’azione con la parola, di ritrovare l’espressività del gesto in ritmi giocosi e sfrenati, non come pedissequa ripetizione di schemi, ma come invenzione assoluta. E se a qualcuno quel primo Arlecchino sembra fragrante come un gelato alla fragola, altri parlano di ricerca antropologica vera e propria. Senza dubbio, è una palestra formidabile, che impone anche il confronto con la maschera, che è la prima, e forse inconsapevole, incursione di Strehler nel cosiddetto effetto di straniamento ricercato nella scena semplice di Gianni Ratto: una pedana delimitata da fondali e quinte dipinte, cambiate a vista dagli stessi attori. Marcello Moretti, che è il primo Arlecchino a calcare le scene italiane del dopoguerra, rappresenta la tipologia nuova di attore fuori dalla tradizione, alla ricerca consapevole di se stesso, formato dall’Accademia di Silvio D’Amico. Il suo primo Arlecchino ha una maschera dipinta sul viso, mentre i suoi compagni, da Franco Parenti ad Antonio Battistella, portano sul volto maschere scomode, anche pesanti e dolorose, fatte di cartapesta e garza.

La maschera da gatto

Più tardi, però, anche Moretti-Arlecchino cade nel sortilegio e indossa la maschera, che Amleto Sartori gli ha preparato, come una condanna e non se la toglie più. Bisognerà aspettare il 1952 perché le scene di Ratto si definiscano con più eleganza, proponendo lo spazio di un teatrino di comici del Settecento. Anche Arlecchino, che ora porta la maschera da gatto, è cambiato e per la prima volta indossa un costume stilizzato a piccoli triangoli. Mutamenti non esteriori, ma nati da una necessità interna allo spettacolo, che si va definendo come una gabbia, allo stesso tempo rigorosa e ricca di libertà, con un ritmo calcolatissimo che ha la suprema furberia di non farsi avvertire.

Teatro nel teatro

È però nel 1956, nella cosiddetta “edizione di Edimburgo”, che Arlecchino subisce un mutamento radicale, grazie anche al cromatismo e alla sapienza spaziale di Ezio Frigerio che firma le scenografie: una piazza italiana coperta da un velario che ripara dal sole, gli attori che recitano, nei modi della Commedia dell’Arte, nella cornice quotidiana di una compagnia di comici. Si sviluppa, così, quella spinta al teatro nel teatro che, d’ora in avanti, sarà la caratteristica portante di Arlecchino. Strehler, infatti, costruisce lo spettacolo proprio esaltando quel rapporto Vita e Teatro di cui si diceva all’inizio, con gli attori che si tolgono la maschera quando escono di scena. Quasi fosse un imperativo categorico per il regista, reduce dagli appuntamenti con Brecht e con Bertolazzi, rileggere Arlecchino.

Soleri protagonista

Fra la terza e la quarta edizione di questo spettacolo c’è anche la cesura, drammaticamente dolorosa, della morte di Moretti, avvenuta nel 1961, quando già il giovane Ferruccio Soleri, anche lui formatosi all’Accademia Silvio D’Amico e poi accanto a Moretti, dopo un severo apprendistato, è pronto ad assumere, da protagonista e non da sostituto (come nella tournée americana della stagione 1959/60), il ruolo di Arlecchino. Quali le differenze fra le due interpretazioni, al di là delle ovvie diversità di personalità e di mezzi? L’Arlecchino di Moretti si rifà ai grandi creatori di un tempo, al loro spirito, liberamente inventivo, pienamente in grado di sfruttare tutta la carica espressiva, non solo della parola, ma del corpo e del gesto. Un Arlecchino, il suo, che, per la prima volta, non nasce nel teatro di tradizione e neppure all’interno di compagnie dialettali, ma che è il risultato di una scuola diversa, di uno studio dello stile comico fondato sulla ricerca e sull’impegno filologico, come si conviene a un teatro in cui il peso e il ruolo del regista, oltre che quello dell’attore, vogliono dire esercizio critico, ricerca di un modo di recitare all’italiana. Nel ritmo che ha del prodigioso, e che dopo le prime edizioni si è stemperato in un approfondimento psicologico della maschera, Moretti ne assimila le convenzioni al punto che diventano naturali, grazie a uno stile che le trasforma in insostituibile modo di vivere. Un umorismo candido e sornione al tempo stesso, bonario e furbesco, estroso e infallibile. Eppure, la sua maschera nasconde un continuo assillo, e il suo tormento artistico si confonde con quello personale, perché è l’esibizione sul palcoscenico a dominare la sua vita. Dice Tullio Kezich, in un suo ricordo dell’attore, che Arlecchino e Moretti danno l’impressione di stare diventando lentamente una persona sola. Protetto dalla sua maschera, l’attore vince i suoi complessi e si scatena: c’è – è sempre Kezich a dircelo – qualcosa di magico, di diabolico, in questa trasformazione. Poi Arlecchino, cresciuto nel soffio vitale, nel guizzo acrobatico e poetico di Moretti, da cui ha succhiato la calma ponderata, la riflessività, la malinconia, incontra il giovane attore toscano Ferruccio Soleri. A lui tocca un compito all’apparenza impossibile: sostituire nel cuore, negli occhi, nell’immaginario degli spettatori, ma anche di Grassi e di Strehler, l’Arlecchino di Moretti, al quale è stato vicino, spiandolo fra le quinte, impegnato all’inizio nel ruolo del camerierino e poi come sostituto. Soleri ha sempre sostenuto che l’Arlecchino non gli è venuto da Moretti, che non gli ha mai comunicato il suo “segreto” e che si è limitato a prepararlo per entrare in un disegno spettacolare già prestabilito, ma da Strehler, che ha avuto l’intelligenza e il coraggio di voltare pagina, di non cercare di imporgli gli stessi stilemi. La personalità, la giovinezza, la fisicità più prorompente di Soleri, il suo gusto e la sua propensione per l’acrobatica spingono il regista, non solo alla ricerca di nuovi lazzi, da aggiungere o da sostituire a quelli canonici di Moretti, ma anche a rivoluzionare totalmente l’impianto dello spettacolo. Un Arlecchino, quello di Soleri, che è andato via via prendendo forma non solo come fatto personale, ma anche come sensibilizzazione di una particolare situazione umana, di un’epoca. Ecco perché il Batocio di Soleri, pur partito dalla grande lezione di Moretti, si è venuto via via storicizzando, trasformandosi nell’immagine di un uomo in lotta fra due mondi – i suoi due padroni? – con tutte le sue contraddizioni, le sue furberie, le sue astuzie, le sue ruffianerie, dette con una voce non realistica che si sposa perfettamente con la maschera grintosa e giovane da gatto e che lo spinge a interiorizzare quello che dovrebbe sentire il corpo, con il vantaggio di potere guardare il mondo come dal buco della serratura, mentre gli altri non possono cogliere le sue emozioni.

Un miracolo di energia

È un miracolo di energia creativa che ha affascinato molti teatranti, come Peter Brook e Patrice Chéreau. Nel 1963, a Villa Litta di Affori, nell’edizione cosiddetta “dei carri”, povere case di attori girovaghi che si sono fermati in un prato, mentre i cavalli sono stati staccati, portati via, Soleri può interpretare l’Arlecchino che Strehler ha pensato per lui. Due piccoli luoghi scenici, posti quasi uno di fronte all’altro, in mezzo ai quali gli attori hanno rizzato una pedana-palcoscenico, delimitata da un lato dagli schermi per le candele, trasformate in luci della ribalta, e dall’altro da montanti, su cui scorrono i fondali che fanno da scena, ne costruiscono l’ambientazione. L’edizione del 1973, pensata sempre per essere recitata all’aperto (alla Villa Comunale di Milano), ripropone figurativamente lo stesso impatto di dieci anni prima, ma si segnala e si differenzia per l’approfondimento compiuto da Soleri nel ruolo di Arlecchino fra fisicità pura e calcolo, fra l’ineluttabile destino della vittima e gli intriganti giochi di un maestro d’imbrogli. Un punto d’arrivo presto abbandonato, perché bisogna riprendere ancora una volta quell’eterno viaggio dei comici che da secoli è il loro destino e che questo spettacolo visualizza. Nasce così l’Arlecchino detto dell’Odéon, dal teatro di Parigi in cui è stato rappresentato per la prima volta (1977).

Le ultime edizioni

È un Arlecchino più cupo, autunnale, storia di un gruppo d’attori affamati che stanno tornando in Italia da Parigi. Cacciati dalla capitale, giungono a un castello abbandonato, dai muri sbrecciati. In un angolo, nelle stanze buie, un cavallo di pietra ricorda una vecchia statua equestre. Ma ecco arrivare dei contadini e per loro, alla luce fioca dei candelabri, questi attori ripropongono i propri personaggi… Viaggio nel buio e pessimistica autorappresentazione (è il teatro che si auto esilia dal mondo), quando tutto sembra perduto, ecco Arlecchino abbandonare il palcoscenico e fuggire fra i palchi, inseguito dagli attori, per essere poi addirittura assunto in cielo su di una magica nuvola bianca. Un “anticipo” su quell’incontro con il teatro come macchineria barocca, come arsenale delle meraviglie che, proprio in quella stagione, con ben altra profondità, Strehler porrà al centro della Tempesta di Shakespeare. Mai fedele a se stesso, irriverente anche nei confronti della propria fama, l’Arlecchino che, in occasione del quarantennale, nel 1987, sale sul palcoscenico del Piccolo, vuole, nella assoluta purezza della scena e del gioco scenico, testimoniare al pubblico il senso di una storia e di una ricerca teatrale. La scena di Ezio Frigerio è illuminata dalle fioche candele alla ribalta. Pochi oggetti consunti dall’uso sono sufficienti a questi comici non più giovani per recitare, sotto il trucco che non nasconde le rughe, l’eterna commedia del Servitore di due padroni. Una misteriosa, impalpabile lanterna magica, una luce cupa – una sola candela – spinge gli attori ad andare avanti…

È l’edizione detta “dell’Addio”, ma nel 1990 brilla una vita nuova anche per l’Arlecchino, che verrà detto “del Buongiorno”, saggio finale del corso Jacques Copeau della Scuola di Teatro del Piccolo. Più interpreti che si confrontano, con la raffigurazione di più compagnie raccolte attorno al “vecchio” maestro Ferruccio Soleri. Trentadue attori a disputarsi dieci ruoli, in un disordine vitale. E se l’Arlecchino del Bicentenario goldoniano non sarà firmato da Strehler, che l’aveva pensato come un omaggio a Mejerchol’d, e sarà trasportato per l’occasione nella pianta ellittica del Teatro Studio, a diretto contatto con lo spettatore, quello del Cinquantenario, presentato al Piccolo il 14 maggio del 1997, lo vedrà confrontarsi ancora una volta con uno spettacolo che il record di essere il più rappresentato nella storia di tutti i tempi non ha assolutamente appannato. Un’orgogliosa e consapevole dimostrazione dell’idea di un teatro fatto per gli uomini, i giovani attori attorno a Soleri e a Mauri, che interpreta il ruolo di Brighella, e il regista in mezzo a loro a ringraziare il pubblico, che non può certo immaginare che sarebbe stata l’ultima volta. Poi via, in giro per il mondo, perché gli spettacoli vivono oltre la vita dei loro creatori e interpreti. Ed eccolo qui di nuovo, oggi, sotto lo sguardo vigile di Ferruccio Soleri, che di quella storia, allo stesso tempo mitica e fortemente reale, è l’incarnazione vivente. L’Arlecchino del Nuovo Millennio, l’undicesima edizione di questo spettacolo sempre antico e giovane, orgoglioso della sua storia, guarda anche al presente. Scomparsi il suo creatore e un interprete fondamentale come Gianfranco Mauri, può però contare sempre sulla stupefacente presenza di Ferruccio Soleri e su di un gruppo affiatato di giovani attori. Nelle scene pensate da Ezio Frigerio come un’evocazione di atmosfere strehleriane, questo Arlecchino che viaggia per l’Europa recupera da antiche edizioni la pedana, le quinte dipinte e il velario che ripara i comici dal sole. La sua vita va al di là di quella del suo regista creatore, grazie alla presenza carismatica di Ferruccio Soleri che ne è la memoria vivente. E che ne garantisce, con ricchezza di significati e di agnizioni, la lunga, irripetibile vita: un passato mitico, un presente formidabile, un futuro che non si conosce.

È lui che severamente, ma con passione, guida quella vera e propria bottega di teatro che è diventata Arlecchino: uno spaccato di generazioni di attori, un passaggio di ruoli, un sapere e un essere del teatro da tramandare e che Strehler ha avuto la generosità di donare, non solo al pubblico ma anche ai suoi attori. Ma il gioco, la malinconia, il ritmo, l’inquietudine trafelata, i lazzi e le liti sono quelli di sempre: una piccola “storia del teatro” vivente che passa attraverso il corpo degli attori.

Così, con tutta la sua vicenda umana e artistica di trionfi e di sudore, di strepitosa vitalità, Arlecchino sta ancora lì, concreto e poetico, fantastico e bizzarro, per continuare a vivere un’irripetibile avventura teatrale, allo stesso tempo lontana e vicina.

Maria Grazia Gregori, dal programma di sala di Arlecchino servitore di due padroni, stagione 2004/05

 

Myriam Tanant. Arlecchino servitore di due padroni o il luminoso oggetto del desiderio

Messo in scena per la prima volta nel 1947 da Giorgio Strehler, Arlecchino servitore di due padroni è diventato, nel corso degli anni, l’ambasciatore del Piccolo Teatro nel mondo.

Come la fenice che rinasce dalle sue stesse ceneri, questo spettacolo è una sfida alla natura primariamente effimera del teatro, senza per questo essere uno spettacolo museo.

Al contrario, l’immagine che Giorgio Strehler ha più volte impiegato per definire il suo Arlecchino è stata quella di un “organismo vivente”, quasi a significare la necessità della sua continua evoluzione, dei cambiamenti, delle riletture che, con il passare del tempo, hanno portato alla realizzazione di 10 versioni che testimoniano della trasformazione di una pratica, testano le innovazioni a livello della scrittura scenica, raccontano l’evoluzione di un regista e di un teatro. Un vero e proprio esempio di “memoria in azione”.

Tratto dalla commedia Il servitore di due padroni, che Carlo Goldoni scrisse in omaggio alla Commedia dell’Arte, prima di lanciarsi nella sua “riforma” del teatro, Arlecchino è, e deve essere, uno spettacolo che si fa teatro, in grado di esprimere un tale grado di virtuosismo da trascinare – come diceva Strehler – “lo spettatore nell’Empireo del grande teatro comico, inno gioioso di liberazione”.

Arlecchino è dunque da annoverarsi tra gli spettacoli fondanti nella storia del Piccolo, sorta di “pre-testo” su cui ricreare una tradizione che privilegia l’arte dell’attore, il virtuosismo, e, come Strehler ha spesso affermato, “la felicità di recitare” e la “felicità di esistere”, sentimenti cui si associano le grandi riflessioni sui mali del mondo che il regista ha affrontato mettendo in scena i testi di Brecht, Čechov, Shakespeare.

In questo senso, Arlecchino sempre rinascente esprime una sorta di fase “aurorale” del teatro che il pubblico di tutto il mondo comprende e non vuole abbandonare.

Il fatto che, in più di cinquant’anni, il ruolo di Arlecchino sia stato interpretato solo da due attori, Marcello Moretti e Ferruccio Soleri, che ne raccolse l’eredità nel 1963, accresce il suo carattere di eccezionalità e di “arte della memoria”.

Ormai Ferruccio Soleri è l’unico della compagnia ad aver lavorato per tutta la vita con Strehler, colui che è “diventato Arlecchino” come si abbraccia una vocazione. In questo senso, Soleri può essere vissuto come un “tramite”, come il vettore in grado di trasferire ai giovani membri della compagnia e agli allievi della Scuola del Piccolo i segreti trasmessigli dal grande regista.

Il suo corpo, che ha imparato ad esprimere quei sentimenti che il viso, mascherato, non è in grado di tradurre, incarna la memoria del lavoro compiuto. Ed è per questo, inoltre, che lo spettacolo può continuare a vivere, anche dopo la morte di Strehler, avvenuta nel dicembre 1997.

Tuttavia, lo spettacolo che possiamo vedere oggi, preso in carico dallo stesso Soleri e da Ezio Frigerio – scenografo di un buon numero degli spettacoli di Strehler e, dal 1956, di Arlecchino – non si pone come un’evocazione nostalgica del lavoro del maestro. Al contrario, scegliendo di ispirarsi all’edizione del 1956, e non a quella del 1987 – detta “dell’Addio”, somma melanconica di tutta una vita di lavoro – Soleri e Frigerio restituiscono ad Arlecchino la giovinezza e la gioia dei suoi inizi.

Quale omaggio migliore si poteva pensare per Giorgio Strehler e per la vivente poesia di Arlecchino?

Myriam Tanant, dal programma di sala di Arlecchino servitore di due padroni, stagione 2003/04

Ezio Frigerio. Arlecchino, storia di una scenografia

Ezio Frigerio, che dal 1956 firma le scene di Arlecchino, racconta il suo percorso artistico insieme allo spettacolo.

Un giovane studente assiste a uno spettacolo per scuole al Piccolo Teatro: Arlecchino servitore di due padroni. Fu il mio primo vero incontro con il Teatro, quello con la T maiuscola: mi rimase stranamente impresso nel cuore.

Il mio interesse, al momento, era il mare e fu inevitabile passare una giovanile esperienza marinaresca, certamente più vicina a Conrad che alle Effemeridi e alla Trigonometria sferica. Una storia un po’ vera e un po’ fantastica che lasciò, però, emozioni e ricordi indimenticabili.

Arlecchino servitore di due padroni: seconda edizione

Si chiacchierava, in una bella sera d’estate, camminando su e giù per il cortile del Piccolo Teatro, con Giorgio Strehler, colui che mi volle costumista e intimo collaboratore. Si chiacchierava, dicevo, di mare, di quel mare che lascia alla sera attaccato alla pelle sapore di salino e uno strano profumo di alghe e di battigia. A un certo punto, Giorgio mi disse: «Voglio rifare l’Arlecchino e perché non sulle rive del mare? E perché non lo fai tu?». Era successo! Quello che tanto avevo voluto era successo! Potevo salire sul palcoscenico e sentirmi padrone di quello spazio che volevo dominare e che fu motivo della mia intera esistenza. Continuiamo con i ricordi. Che fare di questo Arlecchino?

Ci inventammo una storia che nasceva dal barcone dei comici, dai Mémoires di Goldoni e da quella compagnia di poveri comici che piantava il suo teatrino sulla riva di un mare non lontano da Chioggia, apriva i suoi bauli di costumi e di oggetti meravigliosi, per offrire a un modesto pubblico di pescatori, di giovani mogli coi loro puteli un’allegra serata di teatro. Povero spettacolo pagato, probabilmente, con qualche pesce, del pane e sicuramente con una bottiglia di buon vino. Ma quanta gioia! Questa la fantasia. Strehler mi spiegò che non si poteva fare il mare in scena su un semplice telo dipinto, ma si poteva fare – con le luci, con i suoni, con i rumori – un’idea abbastanza chiara di quella vastità d’acqua. Così, davanti al mare dipinto, apparvero il teatrino, le ceste degli attrezzi e, sullo sfondo (e qui da un dubbio espresso dal Maestro sulla mancanza di elementi che accennassero al fatto che la storia del teatro dell’arte trae le sue radici da una cultura antica che risale alla civiltà romana), eressi, su quella finta sabbia marina, un finto e improbabile immaginario muro, fatto di memorie architettoniche e di segni quasi indecifrabili. Gli attori, o meglio “i comici”, probabilmente non sapevano leggervi niente di più che un comodo riparo dalla brezza marina. Copriva la scena un tendalino che ci veniva direttamente da un disegno di Marco Marcola. Ma questa storia, come dico, non è scritta, eppure pare che tutto il mondo, grazie a quello che Giorgio aveva saputo infondere alla mia piccola scena, con luci e abili accorgimenti, sapesse viverne l’intensa poesia.

Un avvenimento

New York 1960, stupefacente novità! Ferruccio Soleri, per la prima volta, apparve improvvisamente protagonista nel ruolo di Arlecchino e fu un enorme successo. Un giovane trentenne sostituì Marcello Moretti in quel ruolo che aveva fatto di lui un grande attore conosciuto nel mondo.

Certamente nacque tra i colleghi una profonda diffidenza: vedevano questo ragazzo toscano, sportivo, acrobata, saltimbanco in un ruolo oramai fissato da anni di comune esperienza. (Perché toscano?). In realtà, Marcello appariva stanco. Forse stanco perché l’ombra della morte già velava gli ultimi mesi di quello che molti definirono “il grande Arlecchino”.

Da quel giorno, i due attori si alternarono per qualche tempo, fino a quando Marcello, nel 1961, lasciò definitivamente il suo ruolo e gettò tutti noi nello sconforto. “Evviva! È morto Arlecchino, viva Arlecchino!” Ed era proprio quel giovane al quale Moretti, in un triste teatrino di provincia, aveva insegnato tutti i trucchi, tutte le piroette del ruolo e, diciamolo pure, a parlare perfettamente veneziano. Perché un Arlecchino toscano? Strehler, con gli anni, aveva pensato ad un nuovo personaggio, più vicino alla tradizione degli zanni, che parlavano sì venesian, ma erano di origine bergamasca, obbligati al ruolo di servi da anni di dominio veneto e che, certo, covavano nel cuore antichi rancori. Un fiorentino, dunque, che parlava correttamente veneziano, come certamente succedeva a quei tempi in cui attori girovaghi si esibivano in più ruoli nel teatro dell’arte, ma che teneva con sé del fiorentino il cinismo, la feroce allegria e quella certa cattiveria che divenne il segno del nuovo Arlecchino.

Arlecchino a Parigi

Gli anni passano, gli attori si alternano, alcuni scompaiono, altri celano le rughe sotto il trucco e, con quel loro modo baldanzoso di agitarsi sul palcoscenico, non arrestano l’inevitabile correre del tempo. Voglio citarne qualcuno fra quelli che mi furono amici: Antonio Battistella Pantalone, Franco Parenti Brighella, Enzo Tarascio Dottore, Valentina Fortunato Beatrice, ma vorrei citarli tutti, troppi perché in queste poche righe possa farlo, ai quali testimonio grande affetto e infinita amicizia. Eravamo a Parigi. Il cielo era grigio e fuori dal teatro pullulava la vita dell’immensa città. Tutti un po’ infreddoliti, tutti un poco invecchiati e ci sembrava impossibile cancellare quel velo di malinconia che si era esteso su tutto lo spettacolo, malgrado il sole sfolgorante evocato in scena da proiettori e da giochi di teatro. Via il mare, dunque, via quel piccolo palcoscenico sulla spiaggia, ma che storia raccontare?

Ci capitò nelle mani un’antica stampa, rappresentante un vecchio oggetto di teatro, una cartapesta che simulava realisticamente un cavallo-sirena dalla chioma dorata e dalle squame luccicanti. Questo, bizzarramente, fu l’inizio di una nuova scenografia. Presentai questa immagine a Giorgio che ne fu affascinato e da lì, da questo bizzarro cavallo, nacque la recita dei comici, ospiti in locali abbandonati di un vecchio palazzo, dove il cavallo campeggiava, certamente erede di altri spettacoli.

Si trattava del castello dei duchi di Guermantes (tanto per ricordare Proust). Il signor duca aveva ceduto ai comici stanze abitate dalla servitù, dove si faceva il bucato, si stendevano i panni e si ospitava qualche viandante. Ed è proprio lì che i comici improvvisarono il loro teatro.

Possiamo immaginare che il pubblico, quella sera, fu di cameriere, di fantesche e di capricciosi enfants, ma forse, proprio quella sera, la duchessa avrebbe assistito a questo spettacolo di strani italiani e forse… il giorno dopo se ne sarebbe sussurrato a corte. Nuovi, bellissimi, smaglianti nella loro teatrale povertà, i costumi erano di Franca Squarciapino, che debuttava accanto a me e che conserverà per sempre il suo ruolo di costumista.

Questa è l’edizione parigina, che nacque in quel magnifico Théâtre de l’Odéon e lì, teatralmente, fra queste sacre mura, trovò la sua inevitabile fine.

L’edizione dell’Addio

Ma chi la volle chiamare così? Eppure, fu proprio Giorgio Strehler che scrisse la fatale profezia: “Questo è il mio ultimo Arlecchino”. E fu a Milano, in quelle serate magiche avvolte di mistero e di tristezza in cui Strehler viveva, tra vecchi giocattoli e teatrini, le sue fantasie, che mi disse: “Ezio, togli tutto. Voglio solo un fondale bianco, due paraventi e alcune candele”. E naturalmente avvenne il passaggio da queste parole al palcoscenico e non fu così semplice. La scenografia si completò con uno strano sipario semitrasparente che scendeva come una vela (ancora una volta il mare) a chiudere il candido boccascena e un vero palcoscenico, e due stupendi paraventi dipinti dalla mano divina di Leonardo Ricchelli, inimitabile realizzatore di quasi tutti i miei spettacoli. Poi ci fu la storia delle candele. Una sera, a Parigi, mancò la luce. I proiettori si spensero, ma rimasero accese alcune candele che facevano parte del gioco teatrale. Quelle candele divennero la chiave, un poco divinatoria, dell’ultimo Arlecchino e accompagnarono gli spettacoli di Strehler fino a quando, in una tragica notte di Natale, ci lasciò improvvisamente per sempre. Così finisce la storia dell’Arlecchino, ma finisce anche una parte fondamentale della storia del teatro europeo, finisce anche l’atmosfera magica che aleggiava intorno al Maestro, o meglio a Giorgio, atmosfera che ho avuto la fortuna di godere intimamente da inseparabile amico.

L’edizione del dopo

Ho cercato, invano, di ricalcare una somma di vecchie esperienze della mia vita con il grande regista. Ecco riapparire i muri della Villeggiatura di Vienna e di Parigi, ecco riapparire il tendalino che ripara attori e pubblico dal sole, ecco soprattutto il piccolo palcoscenico dei comici. C’è in più l’atmosfera di un meraviglioso giardino, chiuso da un grande cancello, ricordo delle Nozze di Figaro; scompare definitivamente il mare, come se, involontariamente, avessi voluto cancellarne la presenza troppo carica di ricordi e di affetti. Questo “Arlecchino del dopo” gira ancora, rinverdito da nuovi giovani attori che sostituiscono, con il loro impeto, l’immortale teatralità dei vecchi Dottori, Pantaloni e Brighella…

Arlecchino servitore di due padroni: prima edizione

In realtà, non fui io l’unico scenografo di questo famoso spettacolo. Esisteva quella prima edizione che io vidi da ragazzo e che oggi, malevolmente, uso definire “Arlecchino del trapasso”. Certamente nobile edizione di Gianni Ratto e Ebe Colciaghi, nella quale secondo me il Maestro voleva “trapassare” l’Arlecchino all’interno di un teatro più nuovo, più ricco di regia e di ragionati intenti.

In realtà, e qui lo dico, sono convinto che la scenografia di Arlecchino servitore di due padroni fu il mio spettacolo, fu il mio Arlecchino, mio e di nessun altro.

Ezio Frigerio, dal programma di sala di Arlecchino servitore di due padroni, stagione 2016/17

Azzorre 2005: il naufragio di Arlecchino

6 febbraio 2006. Alcuni indirizzi e-mail del Piccolo Teatro ricevono questo messaggio: “Cari amici, facciamo parte di una compagnia teatrale amatoriale dell’isola di Faial (Teatro de Giz) e siamo rimasti sorpresi, quando ci hanno riferito che uno dei container di Cp Valour, arenato sulla spiaggia, era pieno di oggetti teatrali. Ci siamo recati sul posto e siamo anche andati alla discarica locale, per verificare di persona lo stato di ciò che ci era stato descritto come perduto. In effetti, le scene e un certo numero di casse sono completamente rovinate. Abbiamo recuperato alcuni bauli e costumi. A questo punto, abbiamo pensato che avreste apprezzato queste informazioni. Fateci sapere se possiamo essere di aiuto in futuro. Os d’o TEATRO de GIZ”.

Sono trascorsi due mesi dal naufragio del cargo CP Valour, la nave che stava riportando in Italia scene, costumi, parrucche, maschere, manifesti, fotografie e tutto il materiale di Arlecchino servitore di due padroni, lo spettacolo di Giorgio Strehler, reduce da una fortunatissima e lunga tournée americana: otto settimane in scena a New York, Colorado Springs, Los Angeles, Berkeley, Ann Arbor, Minneapolis e Chicago. Salpato da Montreal, in Canada, il cargo è in prossimità delle Azzorre quando, il 9 dicembre 2005, a causa di un guasto al motore, cerca riparo presso l’Isola di Faial, ma, per il cattivo funzionamento delle macchine o per un errore umano, si incaglia a pochi metri dalla spiaggia di Praia do Norte. Falliti, anche a causa del maltempo, vari tentativi di liberare la nave, l’unica operazione è rimuovere i container con i materiali più pericolosi.

È tuttavia impossibile bloccare la fuoriuscita della nafta, che inquina le coste dell’isola. Gli altri container rimangono in bilico sulla plancia fino a quando una violenta tempesta, il 29 dicembre, ne fa cadere in acqua alcuni, oltre a provocare una nuova fuoriuscita di carburante. In mezzo a questo mare nero, galleggiano i bauli e le casse con i colorati costumi di Arlecchino, le maschere, le parrucche, le scene, i copioni, le fotografie, che vengono sospinti dalle onde sull’isola di Faial, dove sono rinvenuti dalle persone impegnate nella pulizia della spiaggia. Incuriositi da questo strano ritrovamento, gli addetti decidono di avvertire i componenti del Teatro de Giz, che scrivono al Piccolo.

È l’inizio di un’amicizia che culmina con l’invito della compagnia portoghese a Milano, per le celebrazioni del sessantesimo anniversario del Piccolo, nel maggio del 2007. In questa occasione viene anche proiettato il film documentario A Ilha de Arlequim, regia di José Medeiros, prodotto dal Teatro de Giz e dalla Radio Televisione Portoghese (RTP–Azzorre) in cui si racconta, in maniera suggestiva e romanzata, la storia del naufragio e del ritrovamento, lo stupore e la meraviglia degli attori portoghesi, l’incontro con gli artisti italiani, con il direttore Sergio Escobar e con il gruppo del Piccolo.

Dal programma di sala de “L’isola di Arlecchino”, stagione 2019/20

Il congedo di Ferruccio Soleri

Domenica 13 maggio 2018, Ferruccio Soleri, a 88 anni e dopo 2.283 recite, indossa per l’ultima volta la maschera di Arlecchino. In quella circostanza carica di emozione, il “suo” Piccolo lo salutava così:

«Caro Ferruccio, ci vedi qua, oggi, tutti insieme, perché vogliamo dirti grazie, per i tanti anni in cui ci hai regalato allegria e leggerezza; ci hai fatto vivere che cosa sia il mestiere dell’attore. La tua storia di uomo e di artista è un esempio di rigore, disciplina, serietà e generoso amore per il teatro, per il pubblico.

Sei “nato”, come Arlecchino, oltre oceano, in quella leggendaria serata newyorchese di tanti anni fa. Ma è qui, in via Rovello, che hai sempre avuto la tua casa, il nido di Arlecchino, il luogo della commozione che ci inumidisce gli occhi di tenerezza, ogni volta che sentiamo suonare le trombe del “saluto”, all’inizio dello spettacolo, quando tutta la compagnia, insieme a te, si presenta per dare il benvenuto al pubblico in sala.

Ma forse non è proprio solo così: hai trasformato il nostro pianeta nella casa di Arlecchino e non è solo una “questione di Guinness”, bensì di occhi, di cuori che hai fatto battere all’unisono in ogni parte dei Paesi, dei Teatri del Mondo. Quanti spettatori, ovunque, potranno dire di aver visto l’Arlecchino

Non sono esperienze che capitano a tutti ed è forse questa, più di ogni altra cosa, al di là della permanenza nel ruolo, la straordinarietà del tuo essere attore al Piccolo: l’infinito numero di persone che ti avranno detto grazie per quelle ore trascorse attraversando il “paese delle meraviglie” che è il Servitore di due padroni di Goldoni, l’Arlecchino di Strehler, di Soleri, di tanti giovani, cresciuti, diventati “grandi” con Arlecchino e che ora si stringono a te.

A nome di tutti quei volti e di quegli infiniti applausi, grazie, da tutti i noi, il tuo teatro».

Enrico Bonavera. Io, un nuovo Arlecchino

A partire dalla stagione 2018/19, Enrico Bonavera è diventato titolare del ruolo di Arlecchino, che già innumerevoli volte, negli anni precedenti, aveva interpretato.

È tutta colpa della maschera

Una storia iniziata tanto tempo fa… Ho incontrato l’Arlecchino del Piccolo per la prima volta più di trent’anni fa, nell’86, “entrando” nella compagnia dell’Addio – con Giulia Lazzarini, Gianfranco Mauri, Ettore Conti… – e ci sono tornato nel Duemila, per l’edizione del Cinquantesimo, come sostituto di Ferruccio Soleri.

Ma i miei contatti con il mondo delle maschere e con la Commedia dell’Arte sono addirittura… anteriori alla mia nascita! Il mio nonno materno, mantovano di origine, a sedici anni si trasferì a Venezia, dove si innamorò dell’anarchismo, delle bellissime ragazze venete e del teatro di Carlo Goldoni. Sei anni dopo, spostatosi a Genova per lavoro, continuava per diletto a scrivere commedie teatrali e trasmise questa passione anche a me, il suo nipotino. A nove, dieci anni scrivevo piccole commediole in veneziano, con le maschere di Arlecchino, Brighella, Pantalone, e lui me le correggeva. Divenuto adulto, decisi che il teatro sarebbe stato la mia vita, ma che di maschere e di Commedia dell’Arte non volevo più sentir parlare. Del resto, erano gli anni Settanta del Living Theatre, di Dario Fo, dell’impegno politico e della militanza. Avevo visto in tv il Servitore di due padroni, con Moretti, e un documentario con Carlo Boso nel ruolo di Arlecchino, ma quello stile teatrale proprio non mi convinceva… In seguito, mentre mi trovavo da Eugenio Barba, all’Odin Teatret, la Commedia dell’Arte continuava a perseguitarmi: tutti mi dicevano che ero portato per quel tipo di recitazione, ma io volevo con tutto me stesso essere un attore drammatico. Creai con Luca Dini una compagnia del cosiddetto terzo teatro e ci mettemmo a lavorare su Dostoevskij, Čechov, Turgenev, Gorkij… Nell’82, un altro genovese, Mimmo Chianese, di nuovo mi disse che secondo lui sarei potuto essere un Arlecchino fantastico. Mi propose di fare teatro con lui, al mattino, per le scuole, sulle maschere della Commedia dell’Arte e si offrì di insegnarmi alcuni gesti. Ci credevo poco, ma decisi di provare. Il giorno prima di andare in scena arrivarono le maschere che Chianese aveva comprato all’atelier dei Sartori: erano stupende. Indossai quella che mi era riservata, la stessa di Moretti ne L’amante militare. Non capii letteralmente più nulla: la maschera si era impadronita di me, che pure ero abituato a lavorare sulla fisicità, e mi trasformò. Divenni un altro.

Il quadernetto di mio padre

Mio padre veniva sempre a vedermi recitare e teneva un quadernetto, che poi mi lasciava sul tavolo della cucina, dove mi assegnava un voto. Normalmente mi aggiravo intorno al 4, 4 -, 3… una volta scrisse “patate!”, «Come patate, papà? Me le dovrebbero tirare?». Venne anche quella volta. Era una pomeridiana per bambini e famiglie, nel giorno di Carnevale, in una chiesa sconsacrata al centro di Genova. Portavamo in scena brevi monologhi, lazzi, scenette, in uno spettacolo cucito molto bene da Mimmo. Tornai a casa e trovai il solito diario con un bel 9. «Devi fare questo!» Ma io non volevo e continuai a lavorare con la mia compagnia, che dopo alcuni anni si sciolse…

L’incontro con Ferruccio

Con due amici scrivemmo un testo, Il testamento del Capitano, da fare con le maschere. Intanto la situazione familiare si era fatta difficile, perché mio padre si stava spegnendo. Decisi allora di prendere in mano la mia vita: mi procurai il numero di telefono di Ferruccio Soleri e lo chiamai. Lui, gentilissimo, mi chiese da dove lo stessi chiamando e gli spiegai che ero genovese. In seguito, mi disse che quella cosa lo aveva colpito perché aveva visto il primo costume di Arlecchino, a sette anni, in un paesino sopra Genova… Ci incontrammo a Milano, a casa sua. Ferruccio mi fece vedere le sue foto e parlammo amabilmente; mi consigliò, come prima cosa, di eliminare la mia terrificante R moscia, ma mi spiegò che non dava lezioni. Gli chiesi comunque di guardarmi, gli dissi che, se ero venuto fino a Milano, dovevo andare via con qualcosa. Lui rispose: «Vuole un soprammobile?». Chiesi se lo avrei potuto richiamare per un appuntamento in teatro e alla fine, disperato, dopo innumerevoli mie telefonate, mi riconvocò, questa volta al Piccolo, in via Rovello. Indossai la maschera e la R moscia sparì. Lui era esterrefatto: «Ma sa che con la maschera riesce a dire la R? Dove l’ha preso, questo Arlecchino, è diverso dal mio, ma chissà…» Io insistevo nel dirgli che volevo solo studiare, capire e apprendere. Fece il verbale dell’audizione e disse che ci saremmo risentiti per le prove dell’Arlecchino del Piccolo, prima che partissero per la tournée. Giungemmo al 1984, mio padre era morto da pochi giorni e io arrivai alle prove che era in corso la generale… comunque feci la seconda audizione. Tre anni dopo, era il 1987, mi richiamarono: Strehler stava per aprire una nuova Scuola di Teatro, Soleri gli aveva fatto il mio nome… ero terrorizzato.

Ero in tournée, tra Venezia e Conegliano, con Capitan Fracassa. Cercavo un segno del destino, qualcosa che mi facesse presagire un esito favorevole. Mi alloggiarono in un albergo che si chiama Il Cannon d’oro, lo stesso nome della locanda fittizia dello spettacolo: forse era il segno propizio… Arrivai per la terza volta al Piccolo e li trovai tutti schierati: la Lazzarini, Mauri, D’Amato, Soleri…

Mi dissero che volevano vedermi all’opera, facevo il finto tonto, quello che non si è preparato, ma intanto avevo una maschera, le scarpette, una trombetta…

Enrico D’Amato disse «mettiamola così, vuole darci un saggio della sua meravigliosa arte?». Fu la volta buona e venni scritturato per il ruolo del capo cameriere, che Strehler mi fece fare in genovese.

Brighella o Arlecchino?

Nel 2000 sono tornato definitivamente al Piccolo e mi sono messo a studiare lo spettacolo, a smontarlo e rimontarlo per farlo mio. Il personaggio di Brighella è arrivato un po’ per caso, dal momento che ero entrato in compagnia come sostituto di Ferruccio per Arlecchino e, casomai, sarei voluto essere Silvio… Invece è stata una lunga, piacevolissima compagnia dal 1996, quando Ferruccio mi chiamò perché Mauri non avrebbe partecipato a una tournée e avevano pensato a me. Ma io non lo avevo mai fatto!!! Di nuovo mi misi la maschera, questa volta del locandiere, e di nuovo una magia: la voce mi si abbassò di registro e diventai Brighella. Di questo personaggio mi piace che abbia anche “i grigi”, battute che sono scatole a doppio fondo… Oltre al fatto che, col tempo, ho scoperto che tartagliare regala un’ottima tecnica di improvvisazione! Diciamo che poter vedere lo stesso spettacolo dietro due maschere così diverse è stato un privilegio magnifico, anche se, a volte, ho avuto qualche problemino di scissione della personalità: quando sono Brighella, Arlecchino mi è antipatico, mentre da Arlecchino mi piace provocare Brighella…

Essere parte di una straordinaria compagnia

Per me, che non esco dalla Scuola del Piccolo e ho lavorato spessissimo da solo, entrare nella grande famiglia dell’Arlecchino è stata un’esperienza eccezionale. Siamo andati in scena in Italia e in tutto il mondo, in teatri piccolissimi e in sale da 2.000 posti… Ovunque ho provato la sensazione di respirare insieme alla compagnia, la gioia di uscire, dopo il balletto finale, a prendere gli applausi stringendosi le mani, di essere cioè parte di una meravigliosa comunità, unita dallo stesso, magnifico sogno.

Enrico Bonavera, dal programma di sala di Arlecchino di due padroni, stagione 2018/19

Stefano de Luca, collaboratore alla regia. “Come va la faccenda?”

Sono seduto nel retropalco; il secondo atto è già cominciato da un pezzo. Il controfondale dell’Arlecchino (lembo di stoffa chiara posto dietro al fondale in materiale plastico. La luce vi viene proiettata per poi diffondersi, di riflesso, sul fondale luminoso visibile agli spettatori, n.d.r.) visto da dietro, è sporco, pieno di macchie e di rattoppi. Ma, illuminato alla giusta distanza da una doppia batteria di riflettori, si tinge di una splendida luce dorata. Come un tramonto. E vibra a ogni respiro degli attori e del pubblico, quasi respirasse insieme a loro. È così diverso dal lucido e perfetto fondale “strehleriano” che è visibile dal lato opposto! Bello sapere che quella perfezione, quel nitido cielo di teatro mostrato agli spettatori, si nutre della luce riflessa da questo vecchio straccio che – senza che nessuno possa vederlo, tranne me – al respiro della sala si gonfia come una magnifica vela dorata. Il palcoscenico è molto diverso, visto da questa parte. E insegna molte cose.

Nel maggio 1947 Giorgio Strehler, in chiusura della prima stagione del Piccolo Teatro di Milano, propone al pubblico Arlecchino, servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Sono passati settantadue anni e quello spettacolo, sopravvissuto al suo creatore e all’avvicendarsi di intere generazioni di interpreti, continua a incantare e a divertire gli spettatori in ogni parte del mondo. Si contano almeno undici diverse edizioni di quest’opera che si è pian piano trasformata nella bandiera del Piccolo Teatro e, in fondo, di un modo di fare e di intendere il teatro. Settant’anni sono un’enormità per uno spettacolo: l’intera vita di un uomo. Soprattutto se pensiamo che, oggi, la grande maggioranza delle produzioni non vive che per una sola stagione. Quando va bene.

Come va la faccenda? Come è stato possibile? Impresa ardua quella di svelare il mistero della fortuna e della longevità di questo spettacolo. Ci hanno provato, invano, in molti, molto più autorevoli di me.

Io, personalmente, “vivo” l’Arlecchino dal 1987. Lo considero un immenso dono teatrale e umano ricevuto dal Maestro, un dono per il quale provo profonda gratitudine. Fin dai primi giorni di lezione nella sua Scuola di Teatro, Strehler presentava il lavoro sull’Arlecchino, a noi, che allora eravamo i giovani allievi del primo corso intitolato a Jacques Copeau, come una sorta di training teatrale “totale”. Corpo, voce, ritmo, presenza scenica: tutto in noi veniva messo a durissima prova nell’affrontare questa forma di teatro, così semplice e sofisticata allo stesso tempo. E con quali esempi! Guardavamo i “vecchi” recitare –Mauri, la Lazzarini, Graziosi, Dettori, Tedeschi – e assorbivamo come spugne i loro lazzi, i toni, gli atteggiamenti. Ci dannavamo a cercare di imitare l’inimitabile perfezione nell’uso della maschera di Ferruccio Soleri, che era anche nostro insegnante a Scuola.

In un lampo sono passati trent’anni, da quei giorni. E venti dalla scomparsa del Maestro. Eppure, l’Arlecchino è ancora in scena, oggi interpretato da Enrico Bonavera, amico e collega da una vita.

In questo momento, lo ascolto impegnato a interpretare il “Batocio” nella celebre “scena del pranzo”, dall’altro lato del fondale. Corsi e ricorsi: Enrico, in quell’edizione “dell’Addio” del 1987, recitava, nella stessa scena, il ruolo del capocameriere, che prova a servire il pranzo in rivalità con Arlecchino. Nell’edizione successiva, che Strehler aveva chiamato “del Buongiorno”, perché recitata dai giovani allievi della Scuola, sarei stato io, nella stessa parte, a interpretare con Ferruccio la scena, nientemeno che all’Opéra di Parigi!

Un mistero nel mistero, quello di Ferruccio Soleri, al centro di questa creazione a partire dal 1963, anno in cui è subentrato a Marcello Moretti. Come va la faccenda, Ferruccio? Come hai fatto, per più di mezzo secolo, a far rivivere a ogni recita quella tua magia, nonostante il trascorrere degli anni? Come hai fatto a farci credere di vedere tutto con lo sguardo ingenuo della maschera? Me lo sono domandato tante sere, ascoltando per l’ennesima volta lo stesso lazzo del “bodelin”, il lucido e tremolante budino che Arlecchino divorerà estasiato alla fine del secondo atto.

Con abilità da illusionista, e facendosi beffe del tempo, Soleri è stato capace di convincerci che il suo Arlecchino volteggiasse ancora leggero nell’aria, guizzando da una quinta all’altra, anche spendendo in realtà un solo gesto misurato. Ma anche questa, in fondo, è una lezione di vita e di teatro, frutto di infinita maestria, di un allenamento continuo e implacabile.
Così la scorsa stagione Ferruccio – a ottantotto anni! – è sceso dalle assi di legno della nostra pedanina, con la schiena dritta e la sua maschera stretta tra le mani, dopo una recita memorabile – e impeccabile – nella quale, per la prima volta, si sono visti due Arlecchini! A me questo spettacolo ha regalato persino l’emozione di tenerli per mano entrambi, di fronte al pubblico, i due Arlecchini, segno di una storia che continua.

Rieccomi dietro al fondale ad ascoltare le voci eterne delle maschere. Quanto aveva ragione Strehler, quando parlava di questo spettacolo come di un “organismo vivente”! Qualcosa dotato, cioè, di una vita propria, autonoma persino rispetto a quella infusagli dal suo creatore e dagli interpreti che si sono succeduti nei vari ruoli. Gli attori lasciano il segno e passano, le maschere restano, si proiettano nell’eterno.

La recita di questa sera volge al termine. Adesso, riascoltando l’ultima battuta dello spettacolo rivolta da tutti i personaggi ad Arlecchino – Come va la faccenda? – percepisco chiaramente quel magico filo sottile, ma ininterrotto, che lega e unifica la storia dello spettacolo attraverso gli anni e con esso tutte le persone che ne fanno parte, anche se non so – e non voglio! – spiegarlo.
Anche Arlecchino non risponde alla domanda: scappa via velocissimo. Non c’è risposta e non ci può essere. L’intricatissima vicenda, il filo ingarbugliato delle sue umanissime peripezie è inspiegabile, proprio come la vita. Si può solo fare come lui, saltare oltre i lumi della ribalta e riprendere la corsa a perdifiato verso nuove avventure, sospinti dall’applauso degli spettatori, che sento ora tornare ad applaudire ancora più forte di prima, commossi e stupiti, come me, dal mistero di Arlecchino. Dal mistero del Teatro.

Stefano de Luca, dal programma di sala di Arlecchino servitore di due padroni, stagione 2018/19

Rassegna stampa

Una nuova edizione di Arlecchino

Per la prima volta nella sua leggendaria storia, l’Arlecchino servitore di due padroni del Piccolo, lo spettacolo più longevo del nostro teatro, firmato da Giorgio Strehler cinquantasei anni fa e da ben quarantuno interpretato sempre da Ferruccio Soleri, ha debuttato nel teatro di corte degli zar di Russia, il teatro di San Pietroburgo, un gioiellino, un emiciclo semplice e raccolto (non più di duecentottanta posti, anche se per Arlecchino ne sono stati aggiunti altri) di imperiale austerità realizzato dal nostro architetto Giacomo Quarenghi tra il 1780 e il 1790 per volere della zarina, che vi trascorreva i pomeriggi, e oggi aperto solo in occasioni speciali, e comunque finora mai alla prosa.

È toccato al Piccolo e ad Arlecchino il privilegio, con quella che i filologi chiamano già l’undicesima edizione del “Goldoni strehleriano”, riveduto per la prima volta dal suo interprete.

«Dopo tanti anni, mi è sembrato normale riprendere io la regia – ha detto Ferruccio Soleri – ho portato qualcosina un po’ da tutte le edizioni passate. Dettagli, più che altro, ma diciamo che questa potrebbe essere una nuova edizione e chiamarsi l’Arlecchino dell’Ermitage».

Anna Bandettini, “la Repubblica”, 5 ottobre 2003

La malinconia della fanciullezza messa in forma

Strehler è morto ormai da diversi anni, il Piccolo Teatro è cambiato molto, pur senza perdere la sua identità e la sua missione fondamentale, ma Arlecchino torna in scena nella veste voluta da Strehler, a cinquantasette anni dal suo debutto.

Cinquantasette anni sono una vita intera per una persona, un periodo lungo anche in termini storici; per uno spettacolo teatrale – effimero per definizione – di solito la vita dura un anno o due, in casi di straordinario successo quattro o cinque. Arlecchino ha invece attraversato tutta la seconda metà del Novecento, tutta la storia dell’Italia recente, e le sue diverse tappe hanno segnato tutta la lunga e fertile carriera di Giorgio Strehler e del Piccolo.

Se si dovesse scegliere lo spettacolo più significativo della sua carriera, bisognerebbe scegliere proprio questo: lo spettacolo di gran lunga più rappresentato, il solo presente dalla prima stagione fino a quelle postume, il più rielaborato e ripensato, il più amato dall’inizio.

La ragione è semplice, potete chiamarla nostalgia, se volete. Arlecchino per Strehler era il teatro. Tutto quello che si può amare in esso. La mossa ingenua ma piena di magia che consiste nell’indossare una maschera e fingere. La vitalità dell’acrobazia. Le radici del dialetto. L’allegria della beffa. Il realismo della fame. La forza dell’intreccio, che conduce a un lieto fine attraverso romanzesche ma credibili peripezie.

L’Arlecchino di Goldoni è poi una maschera, cioè un teatro, in transizione: ancora vivo e forte, ma condotto verso una regolamentazione drammaturgica rigorosa, un realismo meno ingenuo, condotto insomma verso l’altra grande passione di Strehler, la forma. Il teatro, per Strehler, si poteva sintetizzare forse in una tensione dialettica: la vitalità un po’ selvaggia della maschera ricondotta verso la forma chiusa della regia e della drammaturgia; il gioco dei bambini, regolato fino all’ultimo dettaglio secondo la sete del bello. Un parto, certo; ma anche una costrizione. Una nascita, ma anche una morte. Negli ultimi anni, soprattutto nostalgia.

La naturalità del teatro e del gioco dei travestimenti è cosa dell’infanzia, da cui prendere continuamente congedo. Il teatro per Strehler era la malinconia della fanciullezza messa in forma. Riguardarlo oggi vuol dire vedere ancora uno splendido spettacolo, grazie a Ferruccio Soleri e ai suoi compagni e allievi; ma soprattutto contemplare un’idea di teatro, un’utopia, una passione, al massimo grado della sua espressione scenica.

Ugo Volli, “la Repubblica”, 25 gennaio 2004

Arlecchino ritrova la sua pedana

Un velario bianco tirato da un lato all’altro del palco, la ribalta con le candele e l’odore di fumo, eterno simbolo del teatro. In un crescendo di suoni che si intersecano e si sovrappongono, quasi un’orchestrina che accorda gli strumenti, la compagnia emerge dalla penombra: aggraziate figure da teatrino di cartone prendono a muoversi al ritmo di una musica che sembra governarle. Quando il velario si apre, scopre un cortiletto, una piazzetta con un teatrino allestito sotto alti muri di palazzi. Non ci sono più i carri dei comici girovaghi contro un campiello veneziano pitturato sul fondale; resta la pedana con le panchette intorno, sulle quali stanno seduti i musicanti e i commedianti dopo essere scesi o in attesa di salire in scena, e il vecchio suggeritore che si sposta da un angolo all’altro del palchetto col suo sgabello e il copione. Sul fondo siparietti di tela che scorrono su fili di ferro e su cui sono dipinte la facciata di una casa, la veduta di un canale di Venezia, la locanda di Brighella col focolare acceso.

È il regno del saltellante Arlecchino, la cornice della stupenda macchina dei lazzi comici e del funambolico gioco – regolato al millimetro – dei virtuosismi mimici e dei duetti canori da melodramma che sbucano tra i dialoghi, del dialetto delle maschere e del linguaggio manierato degli innamorati. Il desiderio di gioco percorre tutta la commedia punteggiata dalle battute “fuori testo” degli attori, che mentre aspettano di entrare in scena non resistono a intervenire con commenti e frecciate ricambiate dai colleghi in scena.

Umberto Fava, “Libertà”, 29 febbraio 2004

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