Arlecchino servitore di due padroni

1990. Ottava edizione

1990. Ottava edizione, detta “del Buongiorno”

1.637 recite in Italia e in 34 paesi del mondo. Eppure, l’Arlecchino detto “del Buongiorno” è totalmente diverso da quello del 1987. In scena i giovani del primo corso della Scuola del Piccolo Teatro diretta da Giorgio Strehler. Trenta attori per dieci ruoli; tre, talvolta quattro compagnie raccolte attorno a un solo Arlecchino, Ferruccio Soleri. La regia di Strehler nasce da un’esigenza di distribuzione e la trasforma in chiave interpretativa. E propone al pubblico il senso di continuità di una ricerca e di un’idea di teatro.

Personaggi e interpreti

Pantalone Giorgio Bongiovanni, Paolo Calabresi, Leonardo De Colle
Clarice Gabriella Campanile, Marta Comerio, Gaia De Laurentiis, Nicoletta Maragno, Laura Pasetti
Il Dottor Lombardi Paolo Calabresi, Stefano de Luca, Sergio Leone
Silvio Stefano Guizzi, Stefano Quatrosi
Beatrice Sara Alzetta, Sonia Bergamasco, Simona Fais, Simona Ferraro, Paola Morales, Rossana Piano, Marica Roberto, Victoria Salvador Villalba
Florindo Aretusi Umberto Carmignani, Leonardo De Colle, Mario Guariso, Sergio Leone, Mace Perlman
Brighella Giorgio Bongiovanni, Luca Criscuoli, Silvano Torrieri
Smeraldina Nicoletta Maragno, Claudia Negrin, Ilaria Onorato, Maria Teresa Sintoni, Laura Torelli
Arlecchino Ferruccio Soleri
Cameriere Stefano de Luca
Un facchino Mace Perlman
Musici Anania Battagliola, Walter Battagliola, Anna Ferraresi, Ivo Meletti

scene di Ezio Frigerio
costumi di Luisa Spinatelli
musiche di Fiorenzo Carpi
movimenti mimici di Marise Flach
maschere di Amleto Sartori e Natale Panaro

Testo di Carlo Goldoni

Regia di Giorgio Strehler

Milano, Piccolo Teatro, 26 ottobre 1990

Nel mese di luglio 1991, la tournée di Arlecchino viaggia in Svizzera, Germania, Francia e Italia; tra le tappe, Ginevra, Düsseldorf e Parigi.

Strehler ne parla

Buongiorno, Arlecchino!

Chiamammo l’ultima nostra edizione dell’Arlecchino servitore di due padroni “edizione dell’Addio”. Non era un segno patetico, ma il gesto di amore e fedeltà di un gruppo di attori, da decenni interpreti dei personaggi dello spettacolo, a Milano, in Italia, nel mondo e che erano arrivati a fare a meno di tutto, a spogliare l’avvenimento scenico di ogni suo apparato esteriore, per recitare, in nudità assoluta e poesia, qualcosa che ha accompagnato la vita del Piccolo da più di quarantacinque anni.

Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni (per essere esatti, Il servitore di due padroni, e già nel 1948, coi primi veleni, ci fu rimproverato di aver aggiunto arbitrariamente il nome di Arlecchino al titolo originale), ha percorso veramente i teatri del mondo e portato ovunque un’immagine dell’Italia e del nostro Teatro, del nostro essere Attori. Due soli Arlecchini: Marcello Moretti e, dopo di lui, Ferruccio Soleri. E intorno a loro tanti e tanti compagni che si sono alternati nei vari ruoli, ognuno uguale e diverso dall’altro.

Lo spettacolo è sempre rinato dalle sue ceneri, mai identico, sempre in movimento, sempre alla ricerca di un “modo” di rappresentarsi che non fosse la copia esatta del vecchio, ma la traccia del nuovo, su ciò che di valido c’era stato. Forse questa storia dell’Arlecchino è veramente una storia unica di ricorrente vitalità e di capacità di rinnovarsi restando se stessi. Ma mai come oggi tutta la fatica di tante donne e tanti uomini del teatro trova il senso di un estremo dono a coloro che al teatro nascono.

Gli attori dell’Arlecchino, tutti, quelli di ieri e quelli di secoli fa, lasciano in mano a un gruppo di giovanissimi la loro eredità e, in quinta o in platea, li seguono sorridendo, mentre essi ripetono i vecchi lazzi, ritrovano le vecchie situazioni e le trasformano: le fanno loro.

Non ho mai visto un segno così limpido e poetico della continuità dell’amore teatrale come dai volti e dagli atteggiamenti di Giulia Lazzarini, Franco Graziosi, Gianfranco Mauri, Andrea Jonasson – fra tanti altri – a qualche prova di questo Arlecchino che chiamammo del “Buongiorno”. Era un sorriso dolcissimo, tenero di gioia e malinconia, di meraviglia ed umanissima tristezza per la vita che passa. Qualcosa che mi è difficile descrivere, ma i lumi della ribalta, questa volta veri, davano un colore d’infanzia alle guance ed una lucentezza agli occhi nella platea, che poteva essere quella delle lacrime.

Lassù, continuava l’eterno gioco, l’avventura della Maschera, gli equivoci d’amore, la fame, i pranzi sperati ed avverati, ma quella volta chi li portava avanti erano gli allievi della nostra Scuola di Teatro. E, oggi, a continuare, ci sono rimasti molti fra loro, ormai ex allievi, ormai entrati, di diritto, nella professione. Il legame fisico con la storia era – ed è – dato dalla presenza di un solo grande attore, volutamente rimasto lì, per essere un punto di riferimento concreto, l’Arlecchino di ieri e di oggi: Ferruccio Soleri. Del resto, questi ragazzi appartengono come formazione anche a lui.

Parlo di formazione e non di insegnamento.

Per tre anni una parte di noi ha dedicato tempo e passione ad aiutare “altri” a votarsi al teatro. Un teatro che non fosse solo un mestiere ma “un modo di essere” nel mondo.

In qualche breve appunto sulla Scuola di Teatro, all’inizio, ho scritto: “Vorremmo che questo ammaestramento al teatro servisse anche per la vita. Chi non farà teatro, dopo questa scuola, non avrà perso invano i suoi giorni”.

Questo gruppo al quale ho dato il nome, certo ricco di responsabilità, di “I Giovani del Piccolo” è l’ex Primo Corso della nostra Scuola di Attori dedicato a Jacques Copeau.

E già nei luoghi consueti e cari della loro formazione, che non è sempre stata facile, ma è sempre stata vissuta nell’amore, altri giovani riempiono lo spazio lasciato da loro: gli allievi del corso “Eleonora Duse”.

Il Teatro-Vita è questo. Accettiamolo con devozione.

È difficile che io parli “prima” di ciò che dovrebbe essere un fatto o un avvenimento teatrale o che io spieghi il senso di un accadimento di palcoscenico. Ma, in questo caso, vorrei dare un’indicazione al nostro pubblico.

Mai come in questa edizione l’Arlecchino servitore di due padroni è stato un lavoro di gruppo. È il gruppo degli ormai ex allievi che “giocano” con lo spettacolo e con loro stessi, in due, tre, quattro compagnie diverse, che si mescolano, si sostituiscono, si ripetono, si amano e si contrastano. Ognuno certo ha il suo spazio, ma ciò che conta per noi e per loro è la vita dello spettacolo-testo, che va al di là di ogni singola persona e che deve incominciare ad un certo punto e finire ineluttabilmente ad un altro, senza arresti né esitazioni. È insomma il teatro diventato atto collettivo che ha valore, più della singolarità.

Abbiamo voluto, tutti insieme, che ad un certo punto i nostri spettatori non sapessero più “chi” recitava in un certo momento e “chi” in un altro, tanta unità profonda, identità di ritmi e cadenze, atteggiamento morale e professionale legavano ad un’unica fiamma gli atti teatrali in svolgimento.

Vorremmo che uscisse folgorante l’immagine di una piccola collettività di teatranti che vivono il teatro con uguali intenti, con una posizione mentale disponibile e sorvegliata, in un atteggiamento collettivo libero, ma non di licenza, in un rispetto fantasioso del teatro, che del teatro non hanno paura ma ricevono gioia e che vogliono solo dire quello che si deve dire con amore e abbandono, per ricevere a loro volta amore da tutti colore che li ascoltano. Può essere (anzi certamente lo è) un traguardo ambizioso. Ma l’unico che vale. Fondersi nella teatralità – attori e pubblico – per diventare un’entità collettiva che si parla con una voce sola. E vorrei aggiungere: non è facile ciò che questi giovani fanno. Dietro a certa implacabile sicurezza ritmica, a certa leggerezza e capacità di mimesi, ci sono ore e ore di fatica, ci sono prezzi alti e disponibilità umane non facilmente riscontrabili nel disperato muoversi di questa contemporaneità che tutto brucia, tutto dissacra, che tutto vorrebbe comodo, usabile e consumabile. Occorre molta disciplina interiore per conquistare ciò che questi Giovani del Piccolo stanno conquistando.

Io, che ho voluto, in mezzo ad enormi difficoltà, questa scuola, questo luogo di ricerca “vera” aperto sul domani, con Enrico D’Amato e tutti gli insegnanti, offro al teatro italiano altre sue creature perché lo portino avanti, lo difendano e lo aiutino ad essere all’altezza estetica ed umana che merita, proprio là dove si vorrebbe considerarlo solo un superfluo residuo di un’Arte decaduta ed inutile.

Perciò auguri a voi tutti.

Auguri a te, vecchissimo Arlecchino.

Auguri a te, Ferruccio, immortale Arlecchino.

Buongiorno, “Arlecchino del Buongiorno”! Che tu sia un’altra realtà di questo Piccolo Teatro così piccolo da diventare l’inimmaginabile punto in cui il minimo e l’immenso si toccano.

Giorgio Strehler, Buongiorno, Arlecchino!, 26 ottobre 1990, dal programma di sala di Arlecchino, servitore di due padroni, stagione 1992/93

Lettera ai giovani dell’Arlecchino

Miei cari!

Oggi è l’ultima prova dell’Arlecchino, “regolarmente ripetendo”. Ciò significa insomma una generale. È l’ultima verifica, non superflua ma certo al limite di ciò che possiamo fare e dare.

Ora la maturazione del nostro lavoro può avvenire solo “col pubblico”. Io debbo lasciarvi soli, in questo pomeriggio, perché ho il solito raffreddore e mal di gola stagionale e voglio essere con voi, domani. Il giorno che conta. Ma vi lascio soli perché so di “potervi lasciare soli”. Forse di “dovervi” lasciare soli, prima di incontrare il teatro vero con gente vera.

Ormai siete “attori” responsabili, gli unici responsabili dello spettacolo. E so che è in buone mani.

Mi avete dato molta gioia con il vostro essere come siete, con il vostro modo di affrontare il teatro, coi risultati del vostro e nostro lavoro. Siate calmi, sereni, con la gioia di “recitare”, di raccontare cose ad altri ma prima ancora di raccontarvele per voi stessi, di “giocare” seriamente e liberamente con questa cosa meravigliosa che è il teatro e di cui voi siete i nuovi servitori e compagni.

È il vostro stato d’animo che, al di là dei toni e dei gesti, si propagherà misteriosamente nel pubblico. Se sarete liberi e felici darete liberazione e felicità. E la paura, inevitabile, deve trasformarsi in abbandono ed ebbrezza d’amore e di teatralità.

Buona prova, cari. Avrò la notizia che avrete fatto la prova più bella di tutti questi giorni, ne sono sicuro.

Vi abbraccio teneramente,

Strehler.

Lettera di Giorgio Strehler datata 29 ottobre 1990 – Archivio Piccolo Teatro di Milano

Documenti

Marta Comerio. Nelle calze di Pamela

Quando ti capitano le calze con su scritto “Pamela Villoresi” … «Oh Dio, ho su le calze di Pamela Villoresi quando faceva Clarice! È emozionante e nello stesso tempo un po’ spaventa. Cerchi la grinta perché ti dici: «Mamma, sono dentro, in scena con le calze della Villoresi…!» È una cosa che dà anche entusiasmo. Poi è uno spettacolo che ha più di freschezza e di gioco che di grandezza d’attore. È un gioco teatrale dove entra la nostra giovinezza. Siamo tutti doppi, con i costumi uguali, entriamo, recitiamo, balliamo, cantiamo…

Marta Comerio, in Arlecchino in viaggio con quelli dell’Arlecchino, a cura di Agnese Colle, Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte – Civico Museo Teatrale “C. Schmidl”, 1997

Laura Pasetti. Venezia in un catino

Che momento molto speciale! Diplomati al corso Copeau, eravamo tutti insieme, ma proprio tutti in quell’Arlecchino… quasi sorpresi in quel gioco dove gli attori-personaggi in una sfrenata competizione si rubavano la commedia… E Strehler era quasi più sorpreso di noi nel ritrovare il “suo gioco”; noi lo vedevamo, si lasciava affascinare ancora. La genialità del Maestro è lì, nella semplicità di un po’ d’acqua in un catino che riflette la luce della laguna di Venezia, nell’ombra di Arlecchino che fugge in platea, in una fiamma che arde dietro il sipario. È uno spettacolo meraviglioso e Strehler ci ha dato veramente tanto!

Laura Pasetti, in Arlecchino in viaggio con quelli dell’Arlecchino, a cura di Agnese Colle, Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte – Civico Museo Teatrale “C. Schmidl”, 1997

Rassegna stampa

Quello che conta è l’attore

I giovani interpreti sono 29, i ruoli principali otto: una sproporzione enorme. L’idea di Strehler, che si è rivelata poeticamente vincente, è stata quella di mettere a confronto, in una scena volutamente spoglia (la stessa dell’edizione dell’Addio: qualche baule, paraventi, candelabri, due tavolini) due, tre e in certi casi quattro compagnie possibili; come a ribadire che in questo spettacolo, fra povere luci della ribalta fatta di candele, quello che conta è l’attore e il suo gioco nel rapporto con lo spazio e con il pubblico. Si inizia, dunque, con la prima compagnia in palcoscenico a fare riscaldamento, mentre giù, nella prima fila di platea, tra gli spettatori, altri attori con gli stessi costumi e maschere ripetono gli stessi gesti e le stesse battute. È il palcoscenico che si rispecchia nella platea, la vita illusoria del teatro che si duplica in quella, altrettanto illusoria, del suo pubblico, fra scambi di battute, di insulti sanguinosi, di colluttazioni fisiche, sostituzioni di persona, gran voglia di salire su quel palcoscenico agognato nello scambio continuo di attori e attrici che interpretano personaggi impossibili a distruggersi.

La scelta di Strehler è evidente già dalla prima scena ripetuta velocissima come uno scioglilingua dalla seconda compagnia, che ci rivela quello che sarà il meccanismo di questo saggio-spettacolo: alternanza e ritmo, entusiasmo e riflessione.

Maria Grazia Gregori, “l’Unità”, 30 ottobre 1990

Una festa augurale e inaugurale

Festa, saggio, rievocazione, celebrazione, rito augurale e inaugurale: c’è un po’ di tutto questo nel nuovo Arlecchino servitore di due padroni, allestito da Giorgio Strehler nel suo Piccolo Teatro a distanza di 43 anni e di qualcosa come milleseicentotrenta repliche dalla creazione originaria […].

Lo spettacolo prevede dieci ruoli, compresi quelli muti e quello, per ora “intoccabile”, di Arlecchino; mentre gli allievi, anzi i freschi ex allievi della Scuola, sono ventinove. Come far partecipare tutti alla festa, come mettere in opera le qualità, l’entusiasmo, le speranze di ciascuno? Strehler ha avuto la più semplice e geniale delle idee: alternare più attori nello stesso ruolo (e anche, a volte, affidare allo stesso attore più “scampoli” di ruolo), attuando una rotazione simbolicamente totale. Ben otto interpreti si avvicendano, così, nella parte di Beatrice; cinque in quella di Clarice, di Florindo e di Smeraldina; due in quella di Silvio; tre in quelle di Pantalone, di Brighella, del Dottore.

E non si pensi a un avvicendamento neutro, meccanico. Come accennavo all’inizio, Strehler ha saputo fare di un espediente, di una “costrizione” (proprio come, tante volte, dall’angustia fisica delle strutture in cui si è trovato ad operare) materia di spettacolo e pretesto di poesia; e l’intera rappresentazione procede, in un crescendo di trovate ludiche e “agonistiche”, su due binari: il racconto goldoniano (trasfigurato, dissestato e travolto, come di consueto, dagli incontenibili schemi dinamici della Commedia dell’Arte) e l’agitarsi esilarante quasi minaccioso, tutt’intorno, dei vari “doppi” dei personaggi in attesa di guadagnarsi la scena, con le lotte sempre meno soffocate per contendersi spazio e attenzione, le loro scorribande in platea, il loro comico ma anche, a tratti, patetico e fin disperato aggrapparsi al proscenio: fino alla magnifica scena finale in cui Arlecchino è costretto, per ottenere la mano di una moltiplicata Smeraldina, a implorare l’aiuto di due Beatrici e di due Florindi e il consenso di due Clarici…

Divertimento strepitoso e mai gratuito, anzi attraversato da un sottile sbigottimento e da una segreta, suggestiva aderenza alla struttura della “fabula” (quella di Arlecchino “servitore di due padroni” non è forse la storia di un avventuroso, paradossale sdoppiamento? E l’altro motore del racconto non è forse il travestimento di Beatrice, il suo far rivivere, per nascondersi in esso, il personaggio del fratello morto?), questo “Arlecchino del buon giorno” rinnova e perpetua nel più toccante dei modi la bellissima leggenda del più famoso spettacolo italiano dei nostri tempi.

Giovanni Raboni, “Corriere della Sera”, 30 ottobre 1990

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